Dedicato ai genitori

Accompagnare

settembre 22 , 2018

Ma che bella parola! Accompagnare è andare insieme a qualcuno per fargli compagnia, per proteggerlo o per onorarlo (così il vocabolario Zingarelli).

Accompagnare è anche suonare – o cantare – come sostegno al canto o al suono altrui. Non c’è dubbio: accompagnare è il verbo dei genitori. Ed è proprio una bella parola.

Se uno ha una figlia che gioca a volley, o un figlio che suona la batteria, che cosa fa? Accompagna lei agli allenamenti e lui all’istituto musicale, se riesce va a vedere qualche partita e a sentire il saggio di fine anno, e per Natale fa ad entrambi un regalo che ha a che fare con questa loro passione. Insomma, li sostiene.

Non è che passa le cene a dire che la batteria è un brutto strumento e la pallavolo il più sciocco degli sport! Perché se ci mettiamo nei panni di quella ragazza e di quel ragazzo, capiamo subito che hanno bisogno di essere sostenuti. O almeno di non essere contrariati. Se li mandiamo a volley o a imparare le percussioni e poi li snobbiamo, li sminuiamo o addirittura li prendiamo in giro, o peggio (perché è ancora peggio) ignoriamo la faccenda, che cosa penseranno di sé … e di noi?

Sembra una cosa da poco, e invece è bella tosta. Se ci comportiamo così, cioè se disdegniamo o disprezziamo quello che fanno, rischiamo grosso: mettiamo a rischio la crescita armoniosa della persona! “Papà mi lascia andare, ma poi mi dice che non va bene. Ma allora perché mi lascia? E poi non capisco: che cosa non va bene? Non va bene quello che faccio o non vado bene io, o tutti e due … o è papà che non va bene?”. Dobbiamo, invece, fare il tifo – la òla! – e non lesiniamo sugli applausi. E se proprio il volley o la batteria non ci vanno, li fermiamo da subito: “niente pallavolo a casa nostra (e niente tamburi!). se vuoi, però, puoi giocare a rugby (o suonare la fisarmonica). Quella sì che è una cosa furba!” Certo per accompagnare i figli a volley o a musica bisognerà fare i salti mortali: andare a prenderli all’uscita da scuola (magari con l’aiuto dei nonni), portarli agli allenamenti e alle prove, ai concerti e alle partite, occuparsi dell’iscrizione, star dietro ai pagamenti e magari dover pure partecipare a qualche riunione … Ma ne vale ben la pena (e in più è bello!).

Permetteteci di metterlo in evidenza: di Gesù e di catechismo, finora, non abbiamo neanche parlato (ma adesso lo faremo). Quella che abbiamo affrontato, infatti, non è una questione religiosa. È un problema educativo. Viene prima e vale per tutto: dal catechismo allo sport, alla scuola. Se non lo facciamo noi il tifo ai nostri ragazzi, infatti, chi potrà farglielo? Ecco perché, come genitori, dobbiamo lasciarci coinvolgere: per essere i primi, insostituibili supporter dell’esperienza dei propri figli.

Iscrivendo i figli a catechismo, insomma, ci prendiamo un bell’impegno. Portarli, per cominciare. Fedeltà e puntualità a questo appuntamento, infatti, sono già un bel segno di onestà e di serietà: vuol dire che ci teniamo. I bambini, però, hanno bisogno di essere accompagnati, non solo portati. Hanno bisogno di vedere, di toccare con mano, che papà e mamma apprezzano quello che si fa a catechismo, che lo valorizzano parlandone a casa che – in qualche modo – ci credono anche loro; o quanto meno mostrano rispetto. Se non c’è almeno questo, meglio lasciar perdere: per il bene dei ragazzi. Se i bambini non respirano un po’ di “aria cristiana” in casa, infatti, è difficile che per loro venire al catechismo sia bello e significativo. E non è certo quello che vogliamo.

Che cosa si fa a catechismo?

Settimanali o mensili che siano, gli incontri di catechismo sono, appunto, incontri (e non lezioni!) fatti di giochi, racconti, attività, canti … E tutto quello che vi accade, in un certo senso, non è che una “scusa”: creare occasioni per far conoscere Gesù e per incontrarlo nella preghiera. Non è una cosa così liscia, però! A volte, quando crolla la barriera dell’indifferenza, quando il catechismo parla alla vita dei ragazzi/e, spuntano domande, dubbi, speranze e incertezze che cercano appoggi, più che mai a casa. Per noi, infine, conta che il catechismo sia un tempo bello, piacevole; che lasci un buon ricordo. Non lo diciamo per autocompiacimento. Piuttosto, perché è esattamente attraverso questo “clima” che si fa esperienza di comunità, ed è attraverso la comunità che si incontra il Signore.

Comunità in cammino

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