Epifania del Signore - Anno A

Tornare per un'altra strada - Omelia di Don Giancarlo

gennaio 06 , 2020

Is 60,1-6 La gloria del Signore brilla sopra di te
Sal 71 Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra
Ef 3,2-3a.5-6 Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità
Mt 2,1-12 Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.

La scena dei Magi che vengono da Oriente guidati da una stella ci è familiare, perché la rappresentiamo ogni anno nei nostri presepi e perché ha un che di esotico, che ce la rende cara quasi come una favola, tante volte ascoltata fin dalla nostra infanzia. Eppure, essa ha ben poco di favolistico: come la liturgia di oggi ci indica, la venuta dei Magi adempie una serie di profezie dell’Antico Testamento che puntavano alla realizzazione di quello che Paolo, nella seconda lettura, ha chiamato il “mistero”: “che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,6). L’Apostolo usa delle categorie alle quali ogni buon ebreo del suo tempo era molto sensibile, come quelle di “eredità” e “promessa”, che richiamavano la vocazione di Abramo e il suo patto di alleanza con Dio. Un patto che fin dall’inizio prevedeva una benedizione da estendersi a tutte le genti, ma che non aveva ancora trovato un adempimento storico, fino alla nascita del Figlio di Dio. I profeti avevano tenuto viva però quest’attesa: così Isaia, nella prima lettura, vede venire la luce del Signore, la gloria del Signore, che illumina la coltre di tenebre e nebbia che avvolge i popoli, così che le genti pagane e i loro re camminino alla luce di quello splendore e portino al popolo di Dio le loro ricchezze. Anche il Sal 71/72 vede i re di paesi lontani portare tributi e doni e prostrarsi e servire il re messianico, che Dio ha stabilito. Sembra proprio che nella fede di Israele non sia mai venuta meno l’eco della promessa fatta ad Abramo, secondo cui in lui si sarebbero dette benedette tutte le famiglie della terra (cfr. Gen 12,3). La vocazione di Israele e la sua elezione sembrano state operate dal Signore in vista di questo “ministero della grazia di Dio” (Ef 3,2), come lo ha chiamato Paolo, di questo servizio prestato alla salvezza di tutte le genti. Tutti gli uomini infatti sono chiamati a prendere parte al piano di salvezza di Dio, che è universale, inclusivo, e che è giunto al suo compimento con la nascita, morte, resurrezione e glorificazione del Figlio di Dio. La stella, vista dai Magi, è allora quella luce che Isaia aveva visto splendere secoli prima e che avrebbe dovuto guidare i popoli fino al Dio d’Israele, perché tutti gli uomini fossero incorporati a Gesù Cristo, perché tanto Israele come le genti diventassero Chiesa, cioè corpo di Cristo, comunità dei salvati, primizia della creazione nuova. Ma di fronte a questo progetto di salvezza universale da parte di Dio, sta sempre la libertà umana di poterlo accettare o respingere. Esso non si compie automaticamente: richiede il nostro assenso. Il Vangelo di Matteo ci ha ricordato che anche coloro che sapevano molto bene dove sarebbe dovuto nascere il Messia, cioè i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, e persino colui che come re di Gerusalemme avrebbe dovuto gioire della nascita del salvatore, cioè Erode, non sentono alcuna urgenza di accertarsi se quanto dicono i Magi risponda a verità e se le profezie antiche, quindi, si stiano compiendo. Anzi, il fatto che Dio realizzi la sua storia di salvezza senza consultarci, senza consultare coloro che sono i suoi rappresentanti autorizzati (autorità religiose e politiche), genera diffidenza e paura, a volte addirittura violenza, come nel caso della strage degli innocenti. Noi, però, seguiamo i Magi: lasciamoci sorprendere da Dio nel suo agire, lasciamoci invadere dalla gioia, che già Isaia annunciava (“Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore”, Is 60,5), e che ha riempito i Magi (“Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima”, Mt 2,10): sia la gioia di questo tempo di Natale la testimonianza che portiamo nel mondo per convincere tutti gli uomini che è venuto il loro Salvatore, che è nato il Redentore, che Dio ha fondato la sua Chiesa quale “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium I,1).

San Nicolò in Cazzola

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Le origini medioevali della chiesa di Cazzola sono ancora visibili nella struttura architettonica della parte absidale esterna, a conci regolari e con archetti ciechi a decoro della fascia terminale. Le prime testimonianze inerenti la presenza di un edificio sacro risalgono al 1230. La chiesa è infatti  ricordata tra le cappelle del pievato di Traversetolo nel Capitulum Decimarum Omnium Ecclesiarum del 1230. Ancora nelle decime del 1299 viene...

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