Fede e Sacramenti

Seconda parte

marzo 01 , 2022

La crisi che si è generata tra Fede e Sacramenti, specie in questi ultimi decenni, è ormai ben evidente; ma ciò non deve scoraggiare, anzi, può e deve dare nuovo impulso a riscoprire la freschezza e l’essenza del Vangelo.

Per far ciò occorre però coraggio ad aprirsi alla novità perenne dello Spirito e rimettere in discussione certezze e metodologie pastorali acquisite. Occorre un intervento basilare capace di toccare in profondità la metodologia e i contenuti della catechesi. Non un restauro di facciata poiché la crisi non è soltanto causata dai linguaggi desueti o superati, ma è dovuta a un generale smarrimento del senso di Dio che imperversa in occidente. Questa preoccupante constatazione è dovuta all’evidente perdita dei significati simbolici del cristianesimo o alla loro riduzione a pura emotività, con l’abbandono della dimensione festiva del tempo e della vita per lo più ridotti a godimento estetico nello stordimento del consumismo. Il conseguente abbandono della pratica credente soprattutto nei giovani, vittime delle trasformazioni sociali che aprono la via all’individualismo rendendo loro estranei gesti e parole cristiane, si palesa nello scarso afflusso alle funzioni liturgiche. Per tutto questo una riflessione sulla crisi dei sacramenti e sul modello di annuncio e di catechesi, specialmente per i sacramenti dell’iniziazione cristiana, deve essere la missione essenziale della Chiesa.

Crisi dei sacramenti equivale a crisi di fede, ma pur non trascurando che col termine fede si devono considerare aspetti fiduciali e relazioni intime e personali eterogenee, si deve tenere presente che la fede non è apprendere delle teorie su Dio ma entrare nel dinamismo di una relazione d’amore che egli stesso, Dio Trinità, inaugura e rivolge a noi. Quindi la fede è strettamente connessa ai sacramenti perché quando si celebra un sacramento è la nostra fede che ci apre ad una relazione personale con Dio, comunitaria ed esistenziale.

I modelli culturali del secolarismo che caratterizza il nostro tempo possono in parte motivare la crisi di fede: lo svuotamento di significati, domande, speranze e sogni cui ci conduce il principio della merce di scambio che regola la nostra società, canalizza la collettività verso il vuoto dell’abitudine: una routine che concede momenti di felicità perché si evitano domande riflessive.

Ma anche altri aspetti motivano la perdita di fede, si pensi al cambiamento della nostra sensibilità interiore, al modo in cui interpretiamo la vita e l’approccio che abbiamo con la verità, immersi come siamo nel paradigma tecnocratico e scientifico. E a questo si deve aggiungere che a spezzare il legame virtuoso tra fede e sacramenti vi è il ritualismo privo di fede: si accede ai sacramenti per tradizione o costume sociale ma non c’è interiorità; oppure si crea una fede “privata” ridotta allo spazio interiore della propria coscienza e dei sentimenti privati.

Su tutto questo ha pesato e pesa la crisi dei luoghi tradizionali della trasmissione della fede: la famiglia, la scuola e il mondo associativo e, infine, la recente pandemia con angosce e paure esistenziali con riflessi a livello ecclesiale e, forse, un impianto pastorale troppo fondato su celebrazioni sacramentali “meccaniche” e poco imperniato sull’evangelizzazione e sulla formazione del credente.

Come attuare il cambiamento è la ponderazione che si pone il Sinodo appena iniziato e che ha come punto chiave prioritario il recupero della formazione cristiana da intendersi non come “catechismo da dottrina” ma come scoperta di Gesù e della Parola. Occorre uscire da percorsi di catechismi proposti solo per ricevere i sacramenti. La crisi formativa è profonda: si deve perciò esigere un catecumenato capace di introdurre a Gesù e al suo Vangelo. Occorre domandarsi se le attività pastorali in atto sono veramente capaci di rinviare a Gesù e fare della comunità cristiana un luogo affascinante per incontrare Gesù e capaci di generare altri alla fede e alla gioia del Vangelo.

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