Il forestiero nella Bibbia

seconda parte dell’articolo “Ero forestiero e mi avete accolto”

novembre 03 , 2019

Elaborazione di una riflessione di Don Bruno Maggioni (biblista) sullo “Straniero nella Bibbia”.

Il quadro storico-culturale
Naturalmente l’atteggiamento verso lo straniero è più complesso e faticoso di quanto possa apparire dal Salmo 87 e dalla legislazione di Israele. Nell’antico Israele (prima di Cristo) “lo straniero” era, come dovunque, un nemico. Ma più in quanto “popolo” che in quanto individuo. Infatti, quando uno straniero veniva in Israele, scattava il dovere dell’ospitalità.

È ovvio che la paura dello straniero nasceva dalla sua diversità. Ma per Israele la paura era soprattutto religiosa: il pericolo di infiltrazioni pagane.

Nel post-esilio (circa 539 prima di Cristo – esilio di Babilonia) si proibirono i matrimoni misti, giungendo fino a sciogliere quelli già contratti. Israele ha imparato a distinguere fra straniero e straniero, assumendo comportamenti diversi: ci sono i popoli stranieri, lo straniero di passaggio, lo straniero residente.

1. Il popolo straniero resta il nemico da cui difendersi. Israele lotta contro i popoli stranieri in nome di Dio. eventuali alleanze politiche e militari, esigite dalle circostanze, sono sempre osteggiate dai profeti.

2. Lo straniero di passaggio era invece accolto e rispettato: non era tenuto a osservare la legge ebraica (es. non mangiare carne suina), ma nemmeno beneficiava dei diritti che la stessa legge concedeva (condono dei debiti nell’anno sabbatico).

3. Lo straniero che abitava in Israele come immigrato non godeva del diritto di possedere la terra, ma era al servizio di un padrone. Però non era uno schiavo, anche se rientrava nel numero dei nullatenenti.

Va notato che nella legge mosaica l’ospitalità verso lo straniero era dovere dell’intera comunità, non dei singoli o dei generosi.

Era legge, non esortazione.

Può sorprendere che l’obbedienza a Dio (che sta alla base della vita di Israele e della sua legislazione) non si sia rivelata capace, da sola, di risolvere le molte tensioni in questione.

Il rapporto con lo straniero, infatti, metteva in gioco diversi interessi, fra loro in contraddizione.

 Per amore di Dio si combattevano i popoli pagani per difendere la purezza della propria religione.
 Per amore di Dio, però, si accoglieva e proteggeva lo straniero che voleva restare in Israele.
 Per amore di Dio si cercava di aggregarlo al proprio popolo e di assimilarlo.

È chiaro che l’amore di Dio, inteso in modo generico, non è in grado di sciogliere le molte tensioni suscitate dall’incontro con lo straniero.

Tutto dipende dall’idea che si ha di Dio.

LA FEDE NEL DIO CREATORE

Israele ha sempre mantenuta viva la fede in un Dio creatore del mondo e degli uomini. Qui va cercata la radice capace di rinnovare il modo di considerare lo straniero. La creazione è di per se stessa universalistica. Parlando di creazione si è soliti riferirsi al libro della Genesi 1. Però qui si prende in considerazione il Salmo 8 (molto vicino al pensiero di Genesi 1):

“O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
Con la bocca dei bambini e dei lattanti
Affermi la tua potenza contro gli avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.
O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!”.

Il vero tema del Salmo non è la gloria di Dio, ma l’uomo. Si parla di Dio, che si prende cura di ogni uomo, semplicemente di ogni uomo (universalismo).

“Che cosa è l’uomo?”

È la domanda centrale del Salmo; è la domanda che ogni uomo serio si pone. Ma la sorpresa è che la domanda è rivolta a Dio, non all’uomo stesso. Dio solo può rispondere a questa domanda. L’uomo non ne è capace. L’uomo della Bibbia non chiede a se stesso, o agli altri uomini, la propria identità, ma a Dio.

Per conoscersi guarda in alto.

Contemplando l’universo l’autore del Salmo si accorge che l’uomo è piccola cosa; nonostante ciò egli è oggetto della memoria di Dio. La grandezza di Dio è ricordata all’inizio e alla fine. È il punto fermo. Dio è grande: da qualunque parte lo guardi, Dio è grande. L’uomo, se lo confronti con l’universo è piccolo, e viene spontaneo dire: “che cosa è l’uomo?”. Ma se lo guardi dall’angolatura di Dio, l’uomo è grande, ne un solo uomo vale più del firmamento: “tutto hai posto sotto i suoi piedi”. (il Salmo per dire “uomo” usa il termine ebraico “ben adam”, cioè “figlio dell’uono”, uomo qualunque, uomo che proviene dalla terra “adama”).

Come ogni essere vivente, la sua nota caratteristica è di essere “figlio”: non è venuto alla vita per forza propria, ma gratuitamente, per volontà di altri. La vita dell’uomo è vita ricevuta. Tutto è ricevuto. La sua grandezza è dono. L’uomo della Bibbia è affascinato dalla bellezza dell’uomo e lo considera un capolavoro che le mani di Dio costruiscono nel seno della donna.

Ma alla fine è convinto che la sua dignità non sta nella propria bellezza, o forza, o intelligenza, ma nel fatto che Dio si ricorda di lui e si prende cura. È l’amore di Dio che dà dignità all’uomo. In Dio trova forza e fondamento la comune dignità dell’uomo. E così i diritti di ogni uomo sono semplicemente radicati nel suo essere uomo. Diritti di creazione, non di storia. Diritti che discendono da Dio, non salgono dall’uomo. È l’essere uomo che fonda i diritti, non la cittadinanza o l’appartenenza. E la dignità dell’uomo è gratuita: un dono prima che un diritto. (continua)

Don Giancarlo 

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