Manteniamo viva la speranza

agosto 02 , 2020

GRATITUIDENE E RICONOSCENZA

Adulti e diversi giovani hanno, e, tutt'ora, contribuiscono a rendere la chiesa (edificio), prima e dopo le celebrazioni, sanificata.

Un grazie perché sentono il senso di comunità, (non deludiamoli); un grazie perché hanno vinto il timore del contagio, con tutte le attenzioni del caso, (non rimaniamo indifferenti); un grazie perché, oggi, mettersi al servizio del prossimo, fa "arricciare il naso", e porta a dire: "qualcuno ci penserà", o, "paghiamo (!?) qualcuno che lo faccia", (non illudiamoli che con i soldi si possa fare quello che si vuole e soprattutto si possa fare comunità).

Gratifichiamoli con un "grazie", una preghiera; e se qualcuno ha dei figli (che diventano grandi) suggerisca (ma insieme a loro), di mettersi in gioco nell'ambito della Parrocchia: c'è bisogno di buoni cristiani come catechisti; come riordino della chiesa; come membri della Caritas; come ministri straordinari dell'eucarestia; come animatori della domenica nelle comunità dove non è possibile celebrare l'Eucarestia. Non tutto è come prima, e non lo sarà.

Ci è data una opportunità per migliorare, per svegliarci dal torpore dell'indifferenza.

Come cristiani siamo pochi, ma forti che si sforzano di prendere sul serio le parole di Gesù:

IN CAMMINO

Papa Francesco ci ha detto che non ci troviamo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento d’epoca.

E come cristiani non dobbiamo correre il rischio di lasciarci prendere dallo smarrimento, dall’attaccamento risentito al passato, dall’accidia, cioè dalla noia e indifferenza.

Dobbiamo rimetterci in viaggio, immaginando una Chiesa che verrà, senza pigrizia, nella nostra storia nella quale testimoniare Gesù, in compagnia di ogni donna e uomo che incontriamo.

In altre parole, la crisi di fede, la crisi umana che ha generato la pandemia, possono aiutarci ad imparare qualcosa di nuovo?

Queste prove, che ogni epoca storica ha vissuto, possono suggerirci quale futuro il Signore ci riserva? Quali cose e abitudini lasciare cadere e quali mantenere?

Occorrerà tempo per riflettere, fare silenzio, e chiederci “ come cristiani, che cosa ci stiamo a fare?”.

Forse all’interno di questa crisi emerge il fatto che siamo stati poco fedeli a Gesù morto e risorto; che ci siamo chiusi nelle nostre abitudini, abbiamo dato la precedenza agli schemi (religiosi e sociali), più che ai fatti che stavano capitando; ci siamo resi “duri di cuore”, invece di cogliere il “nuovo” di Dio.

La Bibbia è piena di queste situazioni, situazioni in cui il popolo ebraico è come un muro di gomma, impedendo così a Dio di fare storia, di far fare salti di qualità.

È giunto il momento di prendere sul serio e di riscoprire la nostra identità, il nostro essere dei battezzati. È la consistenza della nostra dignità battesimale che deve fare la differenza; dignità che in certe circostanze, il ministero è di qualcuno, ma il sacerdozio è di tutti.

In alcune diocesi, nella pandemia, erano i medici a portare l’Eucarestia ai ricoverati in terapia intensiva. È un modo nuovo di concepire la Chiesa e il suo modo di stare nella realtà oggi, che sarà il domani di chi viene dopo di noi.

(Magari ci fossero uomini e donne convinti di esercitare il proprio sacerdozio battesimale, ad esempio animando, di domenica, quelle celebrazioni senza consacrazione, e facendolo diventare un fatto abituale; persone che abbiano la passione per la Scrittura per condividerla, senza personalismi, con gli altri; giovani che non diano per esclusa una scelta sacerdotale…..).

Riprendendo la Bibbia “privato del tempio, nel tempo dell’esilio, l’antico Israele aveva innalzato l’edificio della Scrittura e modellato le forme del suo culto domestico, cosciente che in ogni esodo è Dio stesso a seguire la sua gente dove essa è costretta ad andare.

Nella Chiesa, nelle settimane della pandemia, si era sentito prevalere una specie di “ossessione eucaristica” che, pur nella comprensibile situazione di anomalia, ha assunto più le caratteristiche di un’astinenza feticistica che di un bisogno spirituale.

Ben radicato sotto lo zelante oltranzismo delle messe celebrate senza popolo, di cui comprendo le intenzioni e di cui non ignoro il beneficio assicurato a molti, ho percepito il manifestarsi chiarissimo e lampante del valore “magico” in cui si rischia di collocare l’Eucarestia e la rimozione della Scrittura come grande mensa spirituale, che tende a essere lasciata nell’impolverato deposito di una teologia conciliare sostanzialmente rimossa.

Più che l’attesa dei credenti di sentire Dio vicino in un momento difficile, sembravano preoccupati di mettere in cassaforte le prerogative di una giurisdizione rituale scambiata per sostanza del cristianesimo.

Nessuno nega all’Eucarestia la sua natura fondamentale e tutti hanno il desiderio di tornare a celebrarla; ma il modo con cui un tale bisogno è stato manifestato ha più avuto le sembianze di una isteria che di una speranza.

……..Non sono così sicuro che da questa storia usciremo migliori. La franchezza dei Salmi, con quel realismo che solo la cultura biblica sa avere, ci ricorda che “nella prosperità l’uomo non comprende” (Salmo 48).

La pandemia è partita dai corpi, ma arriverà presto agli spiriti(?!).
(*Brano tratto dalla Rivista del clero italiano, maggio 2020. Autore don Giuliano Zanchi, teologo diocesi di Bergamo).

Rimettiamoci in viaggio, capaci di generare primavere; capaci di guardare di più a Gesù, il Vivente. Apriamo il Vangelo, sia il punto di riferimento; sia la base su cui ricostruire un legame di amore forte che ci fa essere una comunità cristiana.

don Giancarlo

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