PER VIVERE DA " CRISTIANI " IL MESE DI MAGGIO

Il cammino spirituale di Maria (card. Carlo Maria Martini)

maggio 15 , 2017

Dopo gli uomini, una donna. Dopo quei testimoni che hanno scritto tanto, direttamente o indirettamente, una donna silenziosa che, come suo Figlio, non ha affidato niente alla scrittura come tale.
Rileggiamo i Vangeli ricercando un'immagine coerente: credo che si possano distinguere sei momenti nel cammino spirituale di Maria.

Libertà gioiosa e pieno abbandono
Il primo momento è la bella apertura dell'annunciazione, questo dialogo scritto da Luca (l, 26-38), con il famoso «sì» libero, pieno, che si converte immediatamente in un'azione: Maria va a visitare e ad assistere Elisabetta nei suoi ultimi mesi prima della nascita di Giovanni.
Ciò che colpisce è il clima di libertà gioiosa, di semplicità e di pieno abbandono; il suo fiat, «che sia secondo la tua volontà», dice tutto: la libertà verginale, il consentire incondizionato, un assenso realistico. Credo che nella nostra vita spirituale ci sia sempre quel momento verginale, mariale; alla radice della nostra libertà c'è un punto intoccabile, anche dal pecca to: è il punto della nostra libertà. Nei momenti di silenzio e di meditazione dobbiamo raggiungere quel «sì» fondamentale che Dio stesso libera; commentare la prima pagina mariana che abbiamo nei nostri Vangeli significa proprio meditare su questo.
Certamente il suo «sì» non è senza preparazione; è importante comprendere questo, come abbiamo fatto per Pietro. Maria è ricca di attesa, conosce le Scritture, o almeno è assuefatta alla speranza messianica trasmessa nella liturgia sinagogale e familiare. Così il suo famoso canto, il Magnificat, risuona di echi che vengono da tutte le Scritture, dai Salmi, dal cantico di Anna, dalla voce di tutti i poveri del Signore. Cantando, essa attualizza la memoria del Suo popolo. È la visione lucana di Maria, ma c'è anche un fondamento in re: Maria come memoria del suo popolo. Questo è il primo momento gioioso, festoso.

Il segreto del silenzio
In contrasto con questa apertura un po' esuberante, il resto della sua vita diventerà un silenzio sempre più profondo e più segreto. Qui scopriamo una strada del tutto diversa da ciò che abbiamo visto fino adesso, anche se pure per Paolo c'è un mistero riguardo alla fine della sua vita: non si sa quasi niente, non ha più scritto negli ultimi cinque anni della sua vita.
Maria, dunque, vive tante cose, ma le vive nel suo cuore, senza commento esteriore. Già dall'inizio, quando è nel tempio, alle parole di Simeone sul bambino e Su lei stessa, non reagisce. È certo che accoglie queste parole in sé: «Una spada trafiggerà l'anima tua» (Lc 2, 35). Le ascolta, le conserva, ma non si sa che cosa ne faccia.
Così accade anche quando il bambino ha dodici anni e i genitori arrivano nel tempio dopo tre giorni di ricerca: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2, 48 ss). C'è dolore in queste parole, ma anche incomprensione. Infatti l'evangelista spiega: «Non compresero le sue parole» e dice pure: «Sua madre serbava nel suo cuore tutte queste cose». Panta ta remata: tutte le parole, tutto ciò che è accaduto.
Ciò che è interessante, e che caratterizzerà tutto l'atteggiamento ulteriore di Maria, è che, anche quando non capisce, conserva le cose; è capace di un rapporto positivo senza capire.

Al fianco di Gesù
Arriviamo al terzo momento, che è un po' più esplicito: cioè le nozze di Cana, in Giovanni 2.
Il testo è pieno di sottili accenni e silenzi, come è nello stile di Giovanni. «Tre giorni dopo ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù»: è tipico, si sa, che Giovanni non pronunci mai il nome di Maria, ma citi soltanto la sua funzione di madre. D'altra parte Gesù stesso non pronuncia mai né «madre» né «Maria». Sono cose che rendono il testo intenso e problematico.
«Fu invitato alle nozze anche Gesù, con i suoi discepoli.» Già qui è sorprendente che non Gesù ma la madre abbia il primo posto. «Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non han no più vino”.» Questo passo è sorprendente anche dal punto di vista narrativo: mai in Giovanni un'altra persona può prendere l'iniziativa prima di Gesù.
Dunque la madre qui anticipa chiaramente ciò che anche Gesù ha già visto. «Non hanno più vino» non è soltanto un'informazione, è anche una domanda. A livello più profondo, la madre, Maria, guarda la situazione e ripete davanti a Gesù: «Non hanno più vino». Ciò che è necessario per la festa, manca. È un'intercessione continua, che riguarda la nostra incapacità di fare festa. Possiamo fare la guerra, ma non siamo capaci di fare la pace.
«Non hanno più vino» esprime una realtà tragica nella festa: è una catastrofe se in una festa non c'è vino. Sebbene ella prenda l'iniziativa prima di Gesù, egli non lascia fare: «Donna!». Gynè, donna, suona molto duro in greco, ancor più che in italiano.
«Che c'è tra me e te?» È un'allocuzione semitica; per i siriaci questo significa negazione. È una domanda retorica: non c'è niente, infatti. Significa «non voglio», è una negazione.
Gesù non riconosce più il rapporto figlio-madre: dicendo «gynè, non voglio» non vuole entrare direttamente nella sua richiesta. È importante comprendere questo. Poi aggiunge: «Non è ancora giunta la mia ora » .
Da quel momento, Gesù non si lascia più condizionare da nessuna persona, nemmeno da sua madre. In termini psicologici, egli fa un piccolo passo avanti di necessaria emancipazione e certamente la madre lo capisce, gli dà lo spazio per questo, non è un problema; Giovanni però vuol dire di più.
Un piccolo inciso esplicativo per sottolineare la libertà del Gesù giovanneo: nel resto del Vangelo Gesù non segue mai un calendario convenzionale; il suo tempo è determinato dall'ora del Padre. Nel capitolo 7 tutta la gente chiede: «Ma se egli vuole manifestarsi, che venga, perché c'è la festa!». Gesù però sale a Gerusalemme al suo tempo, che non coincide con il momento in cui ci vanno tutti.
Torniamo a Cana. Arriva l'ultima parola di Maria. La madre parla ai servi, non parla più nemmeno a suo figlio: «Fate quello che vi dirà!». Non risponde a Gesù, non fa nessun commento dicendo: «Potresti essere un po' più cortese con tua madre» o «Che cosa hai mangiato stamattina per trattarmi così?» o «Di nuovo devo sopportare i tuoi capricci». La risposta naturale di una madre non viene. Essa non dice niente, non commenta, ma pronuncia una parola creativa, nuova. Invece di concludere, di dire: «Non è il suo giorno, oggi» e andare via, crea per lui una possibilità più grande di agire. Aumenta la libertà di Gesù, preparando il lavoro che egli dovrà fare, e dicendo ai servi: «Fate quello che vi dirà».
La prima cosa che sentiamo in queste parole è la fede di Maria in Gesù; pur avendo lui detto di no, Maria sa che egli ascolta, che comprenderà la sofferenza, la mancanza, e che interverrà. Mostra pazienza, ma crede e crea uno spazio favorevole perché egli possa agire, senza per questo influire sulla sua libertà.
Attraverso l'ordine di Maria, Gesù può agire e così la realtà può cambiare. Credo sia un bell'esempio di obbedienza creativa: invece di bloccarsi, la libertà dell'altro diventa più grande.
Quella di Maria è una sentenza piena di allusioni bibliche, soprattutto richiama il brano nel quale il faraone pronuncia le parole: «Andate da Giuseppe e fate tutto ciò che egli vi dirà» (Gn 41,55). Queste parole del faraone sono parole di investitura, grazie alle quali Giuseppe diventa il capo; è secondo al faraone, ma è il capo effettivo dell'Egitto.
Maria dunque pronuncia una nuova parola di investitura per il figlio di Giuseppe. Nella visione di Giovanni, Gesù è il Messia figlio di Giuseppe e quasi mai figlio di Davide; figlio di Giuseppe significa anche figlio dell'universale e non del particolare. C'è tutta la problematica dei Giudei e del loro rifiuto di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Qui Maria appare come colei che dà una spinta alla storia.
Emmanuel Lévinas, riferendosi all'Antico Testamento, spiega che le matriarche, per esempio Rebecca o Sara, sono le aiguilleuses de l'histoire, le deviatrici della storia. È un termine ferroviario, «Scambio»: sì, realizzano proprio lo scambio a un bivio per permettere che il treno rimanga nella giusta direzione.
Qui Maria influisce e rende possibile l'azione di Gesù; la donna non interviene nella storia, non agisce come tale, però è aiguilleuse, permette che l'azione riesca, così Gesù può manifestarsi per la prima volta.
«E i discepoli credevano in lui» dice l'evangelista. Infatti Maria già credeva, Maria prima credentium; qui, come spesso accade, anticipa tutti gli altri.
Ecco il terzo momento del suo cammino spirituale. In Giovanni, tra Cana e la croce non sentiamo più la voce di Maria, è quasi assente, segue da lontano le vicende del figlio.

La vera famiglia di Gesù
Ci sono in Marco due passaggi dove appare la famiglia. Il primo per fermare Gesù: «Allora i suoi» cioè la sua famiglia «sentito questo uscirono per andare a prenderlo» - kratéo, «mettere le mani» su di lui, fermarlo – «poiché dicevano: “È fuori di sé”» (3, 21).
Soltanto Marco ha conservato questo ricordo di un atteggiamento abbastanza critico, negativo della famiglia. Dieci versetti dopo, però, dice: «Giunsero sua madre e i suoi fratelli e stando fuori lo mandarono a chiamare» (3,31). È un po' strano vedere qui Maria in testa a una delegazione della famiglia, la quale trova che Gesù vada veramente troppo lontano e debba correggere il suo discorso, il suo atteggiamento: è come se Maria fosse stata obbligata dalla famiglia a essere presente per poterlo rimettere sulla strada giusta. Le sue parole violente contro i rabbini, contro i farisei, contro gli scribi non dovevano piacere per niente a un ambiente fortemente religioso, hasidico, qual è l'ambiente familiare osservante di Gesù.
In quel momento, tutta attorno è seduta la folla e dicono a Gesù: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e pure le tue sorelle, sono fuori e ti cercano». Ecco di nuovo il verbo «cercare», nel senso di «mettere le mani» su di lui, per recuperarlo, fargli ritrovare il senno.
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli.
Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella, madre» (Mc 3,33-35).
Maria ha sentito queste parole e non conosciamo, da nessun Vangelo, la sua reazione. Probabilmente si
sarà ricordata del discorso di Simeone: «Una spada trafiggerà l'anima tua». Gesù stesso parla di una spada, lo vedremo ancora in seguito, che separerà nelle famiglie «il figlio dal padre, la madre dalla figlia, la nuora dalla suocera...» (Mt 10,34-35). Una parola profetica, che risuona dentro questo testo: che il Vangelo possa non riunire ma dividere le famiglie è un'esperienza anche della comunità. Si può dire che per Gesù la parentela, il legame umano, non è una garanzia per trovare accesso allo spazio nel quale egli si muove e al quale egli invita. È comunque abbastanza sorprendente sentire dalla bocca di Gesù tante parole dure verso la famiglia. Non si sa come Maria abbia reagito. Il silenzio nel testo sulla reazione di Maria va però mantenuto e non è corretto riempirlo con uno psicologismo superficiale. In alcuni grandi testi è proprio questo silenzio penetrante che ci fa capire qualcosa in più, al di là di tutte le parole. Prendiamo Abramo e Isacco: quando salgono il monte Moria c'è fra loro un piccolo dialogo. Isacco chiede a suo padre: «C'è il fuoco, c'è il legno, c'è il coltello, c'è tutto, ma dov'è la vittima?» e Abramo risponde in modo enigmatico: «Dio, Dio provvederà!». Poi continuano insieme in silenzio (Gn 22, 78). Che cosa pensava Isacco, e che cosa pensava Abramo, che cos'è questo silenzio che unisce padre e figlio intorno all'enigma della vittima?
C'è un altro brano famoso, ancora a proposito di padre e figlio. In Levitico 10,3 sta scritto: «Aronne tacque». Tacque. Aronne aveva quattro figli; mentre stavano compiendo un sacrificio con l'incenso, due figli furono raggiunti dal fuoco e morirono. La metà della discendenza di Aronne è perduta nel primo sacrificio,
e non ci sono indizi di un fallimento, di aver fatto qualcosa che non si doveva fare. Aronne si trova lì, ha perduto due figli e non fa un commento. «Aronne tacque.» Mosè comincia a parlare, a fare un lungo discorso. Aronne non dice niente: non piange, non grida, non si giustifica, non contesta, non protesta. Davanti alla morte della metà della sua progenie Aronne sta in silenzio.
Qualche versetto dopo, per la prima volta nel Levitico, Dio parla direttamente ad Aronne e sono le parole più importanti relative al servizio sacerdotale. In quel silenzio si apre la possibilità per Dio di rivolgersi direttamente ad Aronne; prima e nel resto del libro è sempre a Mosè che Dio parla e Mosè deve riferire ad Aronne, ai suoi figli e al popolo; qui però, per l'unica volta, subito dopo questo silenzio, Dio parla direttamente ad Aronne.
Ecco il silenzio misterioso di Maria, di Abramo e Isacco, di Aronne.

Il sacrificio di una madre
Arriviamo al quinto momento, alla croce (Gv 19, 25 ss): «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala». Sono in quattro.
«Gesù allora, vedendo la madre...»: vedete che l'evangelista usa proprio la parola «madre», ma Gesù mai; e neppure il nome di Maria: lo farà solo con Maddalena. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna (gyné), ecco il tuo figlio». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre» e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
La prima cosa che Maria, stando sotto la croce, deve sentire di nuovo è il distacco: gynè, donna. Forse per capire bene questo brano si deve ricordare il dialogo fra Isacco e Abramo nel momento del sacrificio sul monte Moria. Sapete che gli Ebrei non lo chiamano mai «il sacrificio» ma la cheda, la legatura di Isacco; e infatti, più che Abramo, è Isacco la figura centrale del Targum. Per noi Abramo è il padre della fede, per loro Isacco è la figura di Israele, ed è proprio perché Isacco è stato risparmiato che c'è un popolo. Ora, che cosa sta dicendo Isacco nel momento stesso del sacrificio? Egli dice a suo padre: «Legami bene, così che, quando mi colpisci con il coltello, io non faccia un movimento incontrollabile e il sacrificio non sia perfetto».
Sapete che nel ritualismo sacerdotale non si usa mai il coltello in modo brutale; deve tagliare niente di più e niente di meno di quanto prescritto, aprire la vena così che il sangue possa uscire: niente di più. Ma perché il sacrificio sia perfetto, è importante che Isacco non si muova; quest'ultimo chiede di rendere più grande il distacco tra padre e figlio: «Legami bene, così il sacrificio sarà perfetto».
Nel Targum si dice che in quel momento i cieli si squarciano e gli angeli vedono padre e figlio. Non sanno quale sia l'amore più grande: se quello del padre che dà il figlio in obbedienza alla Parola o quello del figlio che accetta nella Parola questo abbandono. Gli angeli piangono e le loro lacrime cadono sugli occhi di Isacco, che diventa cieco.
Sappiamo che Isacco è diventato cieco, ma non sappiamo perché. Questo commento rabbinico dà una risposta profonda: non è diventato cieco perché ha fat to qualcosa di male, ma perché ha fatto qualcosa di troppo buono, perché ha visto una bellezza superiore che lo ha reso cieco, oppure ha vissuto un momento così intenso che le lacrime degli angeli gli hanno reso impossibile la vista sul nostro mondo.
Io credo che questo midrash antichissimo possa aiutare a capire ciò che sta accadendo tra Maria e il Figlio. Egli chiede alla madre di lasciarlo andare, di non influire più con la sua maternità nel processo di sacrificio perfetto. Proprio se riesce a far questo, diventa madre: «Ecco il tuo figlio». Diventa madre di tutti i discepoli amati; proprio come sull'altra montagna Abramo diventa padre di tutti i credenti. E quando dice al discepolo: «Ecco tua madre», Gesù pronuncia per l'unica volta la parola «madre», non come madre sua, ma madre dell'altro.
Vedete la forza teologica e spirituale (ma anche di penetrazione psicologica) di Giovanni, che sa andare così in fondo a quel momento patetico della morte del Figlio: «Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa». Ecco di nuovo una Maria silenziosa, ma forte. Stabat mater. Il verbo è fortissimo in greco, è il verbo della risurrezione: eistekeisan, stavano ritti in piedi. Sotto la croce Maria non dice niente, e non dicendo niente accetta, non protesta, non impedisce, non interferisce; lascia che si svolga il grande sacrificio e proprio in quel momento ritrova la sua maternità piena attraverso il discepolo amato.

Nella luce della Pasqua
C'è un ultimo brano, negli Atti degli Apostoli, in cui ritroviamo Maria dopo la Pasqua e dopo la risurrezione, quando tutti i discepoli sono insieme: «Tutti questi erano assidui» - e c'è l'elenco dei dodici discepoli – «e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (1, 14).
È un po' strano vedere così Maria, in mezzo al gruppo dei discepoli e della famiglia. Stanno in preghiera, stanno aspettando la venuta dello Spirito. Maria non si sottrae a questa comunione di preghiera, eppure, se c'è una cosa che essa conosce sperimentalmente è proprio il dono dello Spirito.
E dunque, se analizziamo in profondità, essa di nuovo anticipa ciò che tutti gli altri devono ancora scoprire; piena dello Spirito, vive insieme con gli altri l'attesa della Pentecoste, del dono dello Spirito.
Ecco il suo cammino misterioso, che comincia con una certa festosità ed esuberanza, che diventa sempre più silenzioso ma che rimane, dall'inizio alla fine, forte, libero, fedele, maturo e, infine, si può dire glorioso. La Chiesa ha inteso sottolineare questa capacità anticipatrice di Maria fino a pensarla assunta in Cielo a condividere la gloria di Cristo.

Maria e altre figure femminili della tradizione
Per capire questo cammino di Maria, può essere utile paragonare il suo itinerario con quello di alcune figure femminili significative della tradizione cristiana: penso in particolare alla piccola Bernadette Soubirous, che doveva essere una donna tremendamente forte, una roccia, con una semplicità stupenda davanti a tutti i grandi che l'hanno tormentata con questioni, domande, indiscrezioni, dall'inizio alla fine. Anch'essa è morta in un silenzio stupendo.
Un'altra donna che amo molto è Chiara, che partecipa agli esordi entusiasmanti della vicenda francescana e che poi Francesco fa entrare in un convento; non può più muoversi, ma mantiene la sua libertà, la sua apertura di orizzonti, e quando Francesco è così stanco da non sopportare più tante cose, va da lei. Chiara è sempre lì per portare la grandezza del silenzio; sopporta tante prove, sopporta il più grande silenzio, ma rimane aperta.
Credo che la via di Maria debba accompagnarci come discepoli del Cristo e che qualcosa di questo silenzio misterioso dovrà circondare sempre la nostra relazione con Gesù, il «figlio di Maria» (Mc 6, 3), se vogliamo rispettare pienamente la verità del Vangelo.

(Tratto dalle Opere del Cardinal Carlo Maria Martini)

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