Solennità di Tutti i Santi - Anno A

Santo è chi è amato da Dio - Omelia di Don Giancarlo

novembre 01 , 2020

NUVOLA DI CANTO di padre Ermes Ronchi

Non ci stancheremo mai di assaporare le nove beatitudini, da Gandhi definite “le parole più alte che l’umanità abbia ascoltato”.

Collante tra le feste dei santi e dei defunti, esse dipingono nove tratti del volto di Cristo e dell’uomo, disegnando creature amanti del cielo e custodi della terra, sedotte dall’eterno eppure innamorate di questo tempo bello e difficile: i santi.

La storia si aggrappa ai santi per non ritornare indietro, e si stringe alle beatitudini, che ogni volta ci disarmano nello stupore.

Non c’è prova o garanzia per queste affermazioni, sono una nuvola di canto che seduce e riaccende una nostalgia prepotente di bontà, di sincerità, di limpidezza e di giustizia.

Un tutt’altro modo di essere vivi.

Le beatitudini ci assicurano che i misteriosi legislatori del mondo sono i giusti, che i tessitori segreti del meglio sono i poveri. Se le accogli, la loro logica ti cambia il cuore, sull’onda di Dio che ha un debole per i deboli, che incomincia dalle periferie fragili, nella storia di ogni tempo.

Per capire qualcosa della parola “beati” osservo come essa ricorra già nel primo dei 150 salmi, aprendo l’intero salterio: “Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta”. E nel salmo dei pellegrini: “Beato l’uomo che ha la strada nel cuore” (Sl 84,6).

Dire beati è dichiarare: “In piedi voi che piangete; avanti voi, i poveri! I vostri diritti non sono diritti poveri, Dio cammina con voi, fascia il vostro cuore, asciuga le lacrime e le raccoglie nei suoi otri”.

Dio conosce solo uomini in cammino.

Nelle beatitudini la santità evoca vicende nostre, tesse trame su situazioni comuni, fatiche, speranze, lacrime e gioie. Il nostro pane quotidiano.

Sono detti beati i poveri, non la povertà.

Beati gli uomini, non le situazioni.

Beati quelli che sono nel pianto, perché hanno Dio dalla loro parte. Sempre.

È la beatitudine più paradossale: felice chi non è felice. Ma non perché la felicità sia nel piangere, ma perché un angelo misterioso annuncia: “Il Signore è con te”, nel riflesso più profondo delle tue lacrime.

Beati i misericordiosi: sono gli unici che troveranno ciò che hanno già, la misericordia. Essa è qualcosa da portare con sé, bagaglio per il viaggio eterno, sigillo d’eternità posto su tutta la lunghezza del tempo.

Fra quelle nove parole ce n’è una scritta, proclamata proprio per me, il mio cielo da individuare e realizzare per farmi più uomo, una misura che contiene la mia missione nella vita.

Su di essa sono chiamato a fare il mio percorso, per un mondo che ha bisogno di stelle e di storie di bene che contrastino le storie di male; di cuori puri e liberi che si occupino della felicità di qualcuno; nella mitezza, nella misericordia, nella giustizia, nella pace. E Dio si occuperà della loro: “Beati voi!”

Festa dei santi e dei peccatori che si tengono per mano nell'immenso pellegrinaggio verso la vita, confortati da una parola dolce e forte: santità è uguale a felicità.

Il vangelo delle beatitudini traccia il ritratto dei santi. Il loro volto non è severo, arcigno, ostile, ma è il volto sereno, lieto, felice di un'umanità riuscita, realizzata, bella.

Le beatitudini non sono mai riferite direttamente a un atteggiamento religioso. La prima parte di ogni enunciato, quella che compete a noi uomini, non nomina mai Dio o il nostro rapporto con Lui. Dice: Beati i poveri, gli afflitti, i miti, beati i misericordiosi, gli affamati, i puri...

Sembrano doti umane, atteggiamenti umani. È la santità delle strade, delle case, della vita quotidiana. Eppure il Dio che sembra escluso emerge invece nella seconda parte di ogni beatitudine, come il garante, il premio, colui che su questi atteggiamenti del cuore e della vita, sulla mitezza, sull'umiltà, sullo spirito di pace, ha posto il suo sigillo e il suo futuro. Ha messo la sua presenza e la sua eternità.

Una vita così, che cerca di incarnare questi atteggiamenti, ha un futuro. È una vita indistruttibile, garanzia non solo di un paradiso individuale ma di un futuro per il mondo.

È significativa la terza beatitudine: «Beati i miti, perché erediteranno la terra». La santità è scesa, abita fra gli uomini, mette le sue radici sulla terra, parla il linguaggio degli uomini, è la santità delle strade.

Le beatitudini raccontano la vicenda di Gesù Cristo. Il santo allora non è un cristiano sempre oltre il limite, un uomo che esagera, duro e puro, ma semplicemente un cristiano in cui traspare il Signore, colui che, quando ha dettato le beatitudini, parlava di se stesso, dipingeva il proprio autoritratto.

I santi hanno certamente un segreto, ma non sta in misteriose profondità, non risiede nella loro forza di volontà. I santi sono gli amici di Dio. Si possono riconoscere se si è un poco attenti. Sì, ci sono volti abitati da Dio.

Tutti siamo chiamati a essere beati. È la sola grandezza che sia alla portata di tutti. Tutti chiamati a essere felici. Non è nemmeno questione di volere. Non è questione di essere virtuosi. La virtù ha sempre qualcosa di arido, di forzato, esige una bravura che non ci sentiamo addosso (A. Casati).

Ma non si diventa santi per merito nostro. Si tratta, invece, di accogliere e di acconsentire. Di accogliere la vita di Dio e consentire che la vita che urge dentro si espanda all'esterno.

Santità è sintonia con la spinta interiore, con l'istinto purificato del cuore, con quel sussurro di felicità, quel mormorio di felicità che risuona dentro (cfr. 1Re 19,20) non appena acconsentiamo al Signore.

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