Uscì il seminatore a seminare

A margine dei recenti fatti di cronaca pubblichiamo l’Omelia di Don Mauro, Parroco di San Leonardo, che offre una visione di speranza per il Quartiere

luglio 18 , 2017

E’ un metodo.

In questa settimana tutti siamo stati stravolti e spaventati dal duplice omicidio che ha avuto come obiettivo una mamma con la sua figliola; angosciati per il dramma di un fratello che stenta a riconoscere il proprio fratello omicida e di un padre che non può non prendere atto con attonita incredulità dell’azione di un proprio figlio: lo spreco del sangue prezioso di una duplice vita versato dopo che la sua intera giovane vita è stata versata tra illusioni e fughe di responsabilità.

“Uscì il seminatore a seminare”.
Sono duemila anni che l’Evangelo semina; duemila anni che il seme trova qualsiasi tipo di terreno. E’ il compito dell’evangelizzatore: seminare con perseveranza, con ritmo, con metodo.
“Uscì il seminatore a seminare”.
Chi è il seminatore? E’ Gesù, sono le nostre comunità cristiane, le nostre Chiese, sono i buoni genitori e i buoni pastori che seminano con ritmo, con metodo, con perseveranza. E, negli ultimi due millenni della vita umana, l’Evangelo – preparato da altre perseveranze, animate da rette coscienze, non meno metodiche – ha toccato alcuni cuori e, pian piano, altri cuori e così via…
Ho nel cuore ammirazione per la dignità con cui la famiglia Nyantakyi sta vivendo l’immane tragedia accaduta il 12 luglio scorso: le loro parole di fiducia stanno seminando buon seme.

“E una parte cadde…”. E’ l’azione del seminatore. Ma ha un metodo e non è impulsiva. Non saranno le leggi coercitive; non l’efficienza delle regole e delle contravvenzioni. Quanto male hanno fatto le reazioni immediate, le leggi coercitive e l’impulsività (e anche noi uomini di Chiesa e Chiese istituzionali nella storia non siamo stati esenti da questa colpa).
Manifestazioni di solidarietà ci hanno giustamente interpellato in questo urgente momento. Tanti sono accorsi. Ma neppure questa è la risposta che può durare: “…una parte – di buon seme! – cadde sui sassi e vennero gli uccelli del cielo” e lo divorarono.
Quante giustificate distrazioni già da domani ci faranno ricadere nei nostri sacrosanti impegni privati o, peggio, nelle solite sentenze sbrigative e taglienti verso il quartiere, verso lo straniero, verso la polizia e i politici. Non c’è regola e non c’è manifestazione pubblica che possano sostituire l’educazione paziente del cuore. Per troppo tempo abbiamo snobbato scuola, educatori e insegnanti! Per troppo tempo abbiamo ridotto la religione a un fatto coreografico da bambini! Per troppo tempo lo sport, specie il calcio, si è ridotto a spazio di esibizione e vivaio di illusioni! Per troppo tempo abbiamo giudicato spinelli e sbronze spacconate inevitabili dell’adolescenza! Per troppo tempo abbiamo abbandonato la politica come educazione ai contenuti e alle buone prassi per farne l’arena dove pretendere, urlando e offendendo, la salvaguardia dei nostri privilegi! E a fare le spese di tutto ciò sono i più deboli, i meno attrezzati caratterialmente.

“Una parte diede frutto”. Non basta dirsi cristiani, occorre dar frutto. A tutti voi, fratelli e sorelle del mio quartiere vorrei dire: credeteci! Non scappate. Se vi allontanate, se cercate “luoghi tranquilli”, siete dei rinunciatari. Restate ed educate! Non illudete i vostri figli: la vita è bella perché è dono e libertà da dipendenze compulsive; la vita è sempre nuova perché frutto di fatica e cura; la vita è creativa perché richiede passione e tenacia; la vita ha un futuro sempre perché è fatta di amore e fedeltà. E voglio dire una parola specifica anche ai “nuovi italiani”, da qualunque parte provengano. Se poi sono cristiani come me, mi sento ancor più in confidenza nel dire quello che ora dirò loro, perché sono miei fratelli e sorelle. Venite con fiducia. Venite con fiducia perché tra cristiani ci vogliamo bene. Ma venite portando voi stessi: la vostra umanità. Venite per portarci il Vangelo così come Gesù lo ha seminato nei vostri cuori e per viverLo assieme con noi così come è stato seminato nei nostri cuori, nelle case e nelle strade che assieme abitiamo. Non venite per copiare le nostre cattive abitudini; non venite per sognare un’esistenza facile e deresponsabilizzante; non venite per essere arrivisti, leggeri, affascinati dalle grandi autovetture, dalle tecnologie all’avanguardia che vedete o immaginate di vedere in chi invidiate. Se fate così, vi auto-colonizzate, vi auto-umiliate, mettete da parte le vostre tradizioni più nobili per assumere le nostre consuetudini meno nobili.

“Chi ha orecchi per comprendere”. Cari amici tutti che qui siete la Chiesa: il Seminatore è uscito per noi, semina per noi. E vuole che anche noi ci diamo da fare per essere buona terra. Noi, a San Leonardo, possiamo essere l’anticipo del futuro; quello che stiamo osservando: un mondo pieno di porte che si aprono e portano da un paese all’altro, da una cultura all’altra, da una religione all’altra… E’ un processo inarrestabile. Da almeno cento anni il nostro quartiere è una “terra di mezzo” dove gli antichi contadini hanno imparato a fare posto agli operai; gli operai che in cinque minuti si recavano al turno di lavoro, agli impiegati che ogni mattina hanno bisogno dell’automobile; ed ora: dove le antiche etnie parmigiane o regionali italiane colloquiano con i nuovi accenti provenienti dai diversi continenti.

“Generazioni di sradicati che si sono dovuti reinventare cittadini. Ci sono famiglie che lo hanno fatto cento anni fa, altre all’epoca del boom e altre ancora che sono nel bel mezzo della metamorfosi” (E. Brizzi, Il sogno del drago, Ponte alle Grazie, p.29). Questa nostra “terra di mezzo” non è una anomalia sociale da continuare a descrivere come luogo “in cui la cronaca nera è di casa” (cfr. Gazzetta di Parma, 12.7.2017, p.7) ma una umanità nuova che si va creando e che si creerà al meglio grazie a ciascuno di noi. L’animo popolare e l’apertura cordiale degli abitanti del nostro quartiere è proverbiale in tutta la città di Parma.

Costruiamo, allora il nostro futuro. Anzitutto (e qui sta il bello della solidarietà umana di questi giorni) riconosciamoci come uomini e donne: “siamo dello stesso sangue tu ed io, fratellino” (Kipling); e poi riconosciamoci anche come uomini e donne libere dalla paura. Liberi per fede: liberi perché Uno è morto per tutti: redenti tutti dallo stesso sangue di Gesù Cristo (cfr Eb 9,12). Infatti se noi – sul modello di Caino, irretiti da frustrazione, rabbia e invidia – siamo capaci di versare il sangue del prossimo, c’è un Dio che, pur di non vedere più l’offendersi e il dividersi dei suoi figli, è disposto ad offrire il suo di sangue.

(fonte: npquartieresanleonardo.altervista.org)

SAN GIACOMO di Rivarossa

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Il toponimo è un agionimico che ricorda uno dei due apostoli di questo nome, quello detto il Maggiore, cui è dedicato il santuario di Compostela, e si riferisce all’omonima località di San Giacomo della Riva Rossa di Traversetolo. Giacomo, figlio di Zebedeo e di Salomè, fratello di Giovanni l’evangelista, nacque a Betsaida di Galilea. Di professione pescatore, fu tra i primi chiamato da Gesù all’apostolato insieme...

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