Come si affrontava la vecchiaia nel 1500?

Parlare di vecchiaia per un’epoca ormai tanto lontana potrebbe sembrare marginale dato che, come tutti sanno, la vita media era di lunga inferiore all’attuale. Per questo però già dai quaranta ai cinquant’anni ci si sentiva vecchi e, se in salute, ci si preoccupava di pianificare la propria assistenza per l’incognita degli anni futuri. Cosa che, il più delle volte, riguardava i beni, mobili ed immobili: chi ne aveva procedeva alla stesura del testamento distribuendo lasciti a figli o nipoti con relativi “legati”, ossia vincoli di assistenza e altro, che, se non osservati, implicavano la perdita dell’eredità. Anche le donne erano tutelate in questa prassi, all’atto del matrimonio esse erano accompagnate da una dote, denaro o immobili o beni diversi, che, se pur gestiti dal marito nel corso della vita matrimoniale, dovevano essere mantenuti nel loro valore e utilizzati dalla donna in caso di bisogno. Questo perché solitamente il marito, in caso di premorte alla moglie, lasciava a lei il diritto di dimora, ma l’eredità ai figli.

Ecco un breve ma significativo esempio risalente al 22 ottobre 1557.

La signora Giovanna Tamboroni, figlia del fu Giovanni Domenico Tamboroni e vedova di Gasparino della Aguarada, residente a Castione Baratti, aveva due figlie sposate con due fratelli: Gabriele e Lorenzo Musi figli del fu Bernardo. Ancora sana di mente e di corpo, Giovanna si era raccomandata ai suoi due generi perché l’accudissero nella sua vecchiaia; in cambio si rendeva disponibile a dividere ciò che possedeva, cioè la sua dote, in egual misura tra i due. Ma Lorenzo le rispose che non l’avrebbe aiutata nemmeno con un grano di riso. Giovanna allora chiama il suo confessore, Don Simone da Monte Fiore, assieme ai seguenti testimoni: Giovanni Burgardo, Giovanni Cotti, Illario Peliziari, Filippo Felisa, Tomaso Musi (fratello dei due generi), Andrea Tamboroni (fratello di Giovanna) e Pedrino Pellati, alla presenza dei quali stende il suo testamento. Essendosi Gabriele reso disponibile ad accoglierla in casa sua ed assisterla nella sua infermità, a lui andrà l’intera sua dote. Il testamento, pur valido anche se scritto e sottoscritto da un sacerdote, verrà in seguito legalizzato dal notaio Baldassarre Fani.





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