L’Ospizio dei Frati

Transitando oggi in piazza Vittorio Veneto “centro storico del paese” forse pochi si pongono la domanda: come sarà stato questo luogo nell’anno 1000, poco meno o poco più?

Si fa riferimento all’anno Mille perché all’epoca la Chiesa esisteva già, come esplicitato nel testo 1004-2004 mille anni di fede e di storia edito dalla Parrocchia di Traversetolo nel dicembre 2004 e, per chi fosse interessato, disponibile presso Don Giancarlo.

La Chiesa all’epoca si trovava nella stessa posizione attuale, alla sommità della collina, a quota 179 metri, che degrada con una pendenza del 23% verso la sua base, a quota 165 metri, identificabile con l’attuale via della Libertà. Il declinare verso nord, molto più dolce nella pendenza, terminava in via Stradella, all’epoca la strada che conduceva in direzione di Parma.

La pavimentazione dell’edificio sacro appoggiava direttamente sul terreno collinare, senza alcun gradino d’accesso. Le dimensioni della Chiesa erano ridotte rispetto alle attuali e vi era un quadriportico sul fronte occidentale.

L’accesso al sagrato e quindi alla Chiesa si apriva da via Cambaratta, oggi via S. Martino, all’altezza circa dell’angolo nordovest dell’attuale Canonica. Poco oltre, verso nord, il discendere della collina e l’esigenza di separare il sagrato dalla strada, resero necessaria la costruzione del muro di contenimento che andava aumentando in altezza in rapporto all’abbassamento del terreno. L’edificazione del muro si rese indispensabile su tutto il lato nordest dal momento che via Cambaratta lambendo il sagrato, scendeva in curva, solcando la pendenza naturale della collina, per raggiungere il fabbricato sottostante la Chiesa e il piccolo borgo. Il tratto attuale di via san Martino compreso tra via Matteotti e via D’Annunzio non esisteva.

Quell’edificio, sostituito oggi da un nuovo fabbricato diviso in due parti dalla scalinata che conduce alla Chiesa, era, in quella lontana epoca, l’Ospizio dei Frati.

Il termine Hospitium, ospizio, ospedale, deriva il suo significato dall’ospitalità e alloggio offerto a forestieri o pellegrini dai frati che vi risiedevano assieme al sacerdote per la cura delle anime. La funzione di tale costruzione si mantenne a lungo, probabilmente fino a quando venne eretto lo xenodochio o “ospedale dei Baratti” in località San Giacomo sul finire del XII secolo.

La presenza di un luogo di alloggio ed assistenza per viandanti conferma l’importanza e il significato di Traversetolo come località di transito, di attraversamento nonché di sosta prima di intraprendere le vie per i valichi appenninici sia reggiani che parmensi in direzione della Toscana.

L’Ospizio doveva essere piuttosto ampio e ben protetto, forse poteva fungere anche da rifugio in caso di aggressioni nemiche. Nel corso delle lotte tra il Comune di Parma e i da Correggio, il Chronicon parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, riporta che nel 1334, il 19 giugno, domenica, l’esercito parmense giunse nel paese e ceperunt plebem de Traversetulo eum omnibus bonibus ibi existentibus, ubi erat quoddam redutum in quo se reducebant homines dicte terre di Traversetulo
Ciò lascia supporre che proprio attorno alla chiesa in Traversetolo fosse stata approntata una fortificazione all’interno della quale trovavano rifugio gli abitanti del borgo.

Se nel tempo l’Ospizio dei Frati venne a perdere sia la funzione che la presenza di frati, pur tuttavia mantenne la sua definizione. L’edifico, da sempre appartenuto alla Chiesa, servì come canonica nei secoli seguenti fino all’edificazione  di una nuova canonica, a sud della Chiesa, avvenuta presumibilmente tra la fine del XV, prima metà del XVI sec.

Sul finire del 1400 i Conti Borromeo di Milano, che avevano acquistato dagli Sforza il feudo di Guardasone comprendente anche Traversetolo, presero a costruire l’Osteria Grande (attuale Municipio) dando avvio allo sviluppo del borgo, fino all’epoca esiguo, con relativa modifica dell’assetto urbanistico che esigeva la presenza di una piazza per le attività più ampie di mercato un tempo esercitate sotto e nei pressi del portico prospiciente la Chiesa. L’Ospizio dei Frati venne così a trovarsi proprio sul fronte della nuova piazza acquisendo per posizione maggior valore economico.

Esistendo ormai una canonica, e non servendo più allo scopo originario, nel 1637 don Silvestro Canossa lo alienò a favore delle Confraternite. L’edificio consisteva allora in tre case unite situate presso il cimitero del sagrato; una della Veneranda Compagnia dell’Immacolata Concezione eretta nella parrocchiale, con l’obbligo di dare alloggio ai preti chiamati per la predicazione della Quaresima; le altre due a favore della Compagnia del Consorzio de Vivi e de Morti eretta pure nella parrocchiale con l’obbligo di dare l’alloggio al campanaro oppure consegnare il prezzo dell’affitto stipulato con terzi.

Le case passarono così in gestione alle Compagnie o Confraternite, che si occuparono di darle in affitto prima di venderle nel corso del 1800. Nella parte spettante alla Compagnia dell’Immacolata, al terzo piano, una stanzetta era usata come classe per la scuola pubblica organizzata dal cappellano fin dalla fine del XVIII secolo.

Nei primi anni dell’Ottocento, in epoca borbonica, la parte nord dell’edificio servì anche da ufficio pubblico per la dogana.

L’intero complesso manifestava ai primi del Novecento la vetustà della sua lunga esistenza nel corso della quale aveva conservato quasi intatta la sua fisionomia: si articolava su tre piani di cui quello terreno, in conseguenza all’abbassamento del livello della piazza realizzato verso il  1843, mostrava esternamente il rinforzo a scarpa, aperto in alcuni luoghi per ottenere botteghe. Per l’accesso al piano rialzato erano state costruite due scalinate di dodici gradini, una a nord e una a sud, che immettevano direttamente al loggiato, anticamente portico, che correva lungo tutto il fronte dell’edificio. Il piano superiore era abitabile, il terzo a solaio.

Nel 1905 si decise, in accordo con l’Amministrazione comunale, di abbattere questi storici edifici per abbellire la piazza. Il progetto per un nuovo palazzo venne affidato all’architetto Camillo Uccelli, all’epoca contemporaneamente impegnato nell’abbattimento e rifacimento del campanile della parrocchiale. La distruzione dell’edificio venne approvata nonostante il dissenso di alcuni cittadini.

L’allora parroco, don Simonazzi, costituì una società che comprendeva tutti i proprietari ed assieme realizzarono la nuova costruzione, completata, nel 1906.

Al termine dei lavori l’opera si presentava in due blocchi distinti ma identici, separati dalla scalinata interna che consentiva il diretto accesso al sagrato, sostituendo la precedente scalinata che si trovava sul lato nord. La costruzione era piuttosto massiccia e raggiungeva in altezza il livello del sagrato. I due blocchi erano a loro volta bipartiti tramite lesene aggettanti che racchiudevano due negozi e sovrastanti magazzini a cui davano luce trifore a sesto ribassato. La copertura era contenuta in un cornicione alto e sporgente che appariva quale parapetto di un terrazzo.

Nel 1950 l’Amministrazione comunale, desiderosa di migliorare l’assetto estetico di quella che era divenuta “piazza Vittorio Veneto”, assegnò a Renato Brozzi lo studio di progetto. L’elaborazione fu illustrata da un plastico riproducente l’immagine della nuova piazza su cui si affacciavano la rinnovata canonica ed il palazzo innalzato di un piano, con volto coperto a protezione della scalinata alla chiesa e con tetto a spiovente.

I lavori vennero conclusi nella seconda metà degli anni Cinquanta, con gli edifici che si presentavano come tuttora appaiono.





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