SAN GIACOMO di Rivarossa

Il toponimo è un agionimico che ricorda uno dei due apostoli di questo nome, quello detto il Maggiore, cui è dedicato il santuario di Compostela, e si riferisce all’omonima località di San Giacomo della Riva Rossa di Traversetolo.
Giacomo, figlio di Zebedeo e di Salomè, fratello di Giovanni l’evangelista, nacque a Betsaida di Galilea. Di professione pescatore, fu tra i primi chiamato da Gesù all’apostolato insieme col fratello. Entrambi furono detti dallo stesso Gesù boanerges, cioè figli del tuono, nome che ne rispecchia l’indole ardente, schietta e aperta. Perciò essi furono prediletti, insieme con Pietro, da Cristo, che li volle testimoni della Trasfigurazione, della resurrezione della figlia di Giairo e dell’Agonia nell’orto Getsemani. Dopo l’Ascensione di Gesù, Giacomo predicò il Vangelo dapprima in Giudea e in Samaria, poi, secondo la tradizione, si recò in Spagna dove compì numerose conversioni. Ritornato in Gerusalemme, incontrò la persecuzione di Erode Agrippa, che per ingraziarsi i Giudei lo mise a morte, primo apostolo morto martire (anno 42). Il suo corpo fu trasportato a Compostela dove fu immensamente onorato, soprattutto durante il Medioevo, quando Compostela divenne uno dei più frequentati luoghi di pellegrinaggio dell’Occidente. Giacomo fu fatto santo e la sua festa ricorre il 25 di luglio.

Il nucleo abitativo di Sam Giacomo sorge sull’omonima via, una strada particolarmente antica, che costituiva un tratto dell’arteria di epoca romana denominata Stradella, e in particolare della diramazione verso Guardasone, detta in seguito anche strada di Ciano a Rossena. Assieme alla strada oggi detta dei Melegazzi, (attualmente soppressa) formava lo stradone a San Giacomo (anno 1625, ma così denominato ancora almeno fino ai primi decenni del Novecento).
Il guado di fronte all’ospizio di San Giacomo di Riva Rossa costituiva un passaggio obbligato non sempre di facile accesso: nel tratto che devesi salire pel torrente Termina nei tempi invernali e di pioggia, nel quale circostanza si rende difficile il passaggio. Nel 1823 e nel 1833 la strada fu risistemata ma nel 1849 risultava di proprietà privata della signora Rosa Ferrari Bertani. Dopo la costruzione di quella del Pradone (anni 1879-1880), che spostò la direttrice viaria più a sud, questa a San Giacomo perse definitivamente di importanza. Solo nel 1970 venne costruito un ponticello in cemento armato sulla Termina.

Hospitale di San Giacomo di Terrarossa o Valbona.
Attualmente la struttura muraria di questo hospitale è assolutamente degradata. È sito a due chilometri da Traversetolo sulla via Bora che conduce a Montechiarugolo. L’ospizio, a cui nel Medioevo era annesso un monastero, sorgeva perciò sulla via della val d’Enza o dei Linari che correva sulla sinistra del torrente e che, attraverso Bazzano e Sasso, raggiungeva il passo del Lagastrello per poi scendere in Toscana e quindi a Roma o ai porti d’imbarco per la Terra Santa. Era uno dei percorsi alternativi alla via romea più frequentata, quella che da Borgo San Donnino (Fidenza) portava a monte Bardone ed al passo della Cisa. I pellegrini e i viandanti provenienti dal nord e dal centro Europa, attraversato il Po a Brescello, s’incamminavano sulla via Theutonicorum, cioè dei teutonici, per portarsi sulla via Emilia. Qui essi incontravano diversi ospizi, fra cui quello di San Lorenzo di Calerno, quello di Sant’Ilario in Santa Eulalia e quello di San Giacomo del ponte dell’Enza, chiamato del Moro. Riposati e rifocillati, riprendevano il cammino scegliendo fra diverse vie, tutte costellate di ospitali. Se sceglievano di costeggiare la riva sinistra dell’Enza, giunti sulla cima dell’Appennino, subito sotto l’agevole passo del Lagastrello, potevano contare sull’ospitalità dei frati pontieri di Altopascio, che qui gestivano l’abbazia di San Salvatore dei Linari. Lo stesso ordine religioso, attraverso i frati di Ponte Taro, gestiva anche l’hospitale del Moro a capo del ponte sull’Enza, sulla via Emilia. A questi frati in particolare era stato affidato il compito di mantenere agibile la via del passo del Lagastrello. Infatti la chiesa favoriva il sorgere di abbazie ed ospitali lungo le vie che conducevano a Roma.

Che l’ospizio di Riva Rossa possa attribuire la sua origine alla frequentazione di pellegrini che optavano per la via dei Linari è quindi una supposizione fondata su elementi validi, anche perché proprio all’altezza dell’hospitale, arrivava la via di Parma. La dedicazione poi a San Giacomo rafforza la tesi della vocazione dell’hospitale a favore dei pellegrini. Alla rilevanza viaria di questo ospizio si univa quella della rendita agraria. Evidentemente la specificazione di Valbona si riferisce alla fertilità della terra su cui sorgeva e da cui traeva i mezzi per operare. Questo antichissimo xenodochio, ricordato anche come ospedale dei Baratti, è posto, come si è detto, sulla via di Linari, non lontano dalla chiesa di Bannone, che dipendeva dal monastero di san Bartolomeo e Salvatore di Linari (presso il Laghastrello). Il primo documento che ne attesta la presenza risale al 1230 quando, nelle decime della diocesi parmense, è posto sub ospitale Sancti Johannis de ultra mare come ecclesie Sancti Jacobi de Ripa Rubea in plebe Traversituli sive de ospitali Barattorum sive Valis Bone quod dem est. È evidente la sua connessione con la famiglia dei Baratti, all’epoca ancora presente nel territorio di Guardasone ed in possesso dello stesso castello. Un successivo documento conservato nel fondo Diplomatico dell’Archivio di Stato di Parma e risalente al 10 ottobre 1277 (in copia posteriore), attesta che Pietro Bernardo di Val di Taro abate del monastero di Guardasone, ed altri monaci dello stesso monastero addivengono alla divisione di una pezza di terra presso San Giacomo del Ponte con Federico Boccapiccina, il quale in questo atto è rappresentato dal fratello Lanfranco. L’intero complesso rimase sotto il controllo della famiglia Baratti fino alla fine del XIV secolo poi passò in Commenda annesso alla magione di Calerno (Reggio Emilia).
1401 Fr. Antonio dal Pozzo Precettore Commenda, lo storico Saccani, con questa data e questo nominativo, fa iniziare la serie di commendatari della magione di Calerno, prendendoli dal ruolo generale dei cavalieri gerosolimitani di B. dal Pozzo. Molti componenti dei Dal Pozzo di Verona appartennero all’Ordine di Malta. Si evince da ciò che i gerosolimitani, già agli inizi del secolo XV, avevano affidato l’hospitale di Calerno e quindi quello di san Giacomo, in commenda, cioè in gestione, vita natural durante ad un cavaliere del loro Ordine. La letteratura conforta la data del 1401 come iniziale dell’epoca commendatizia in Calerno, informando che le Domus precettorie e gli ospedali gerosolimitani, verso il Quattrocento, assunsero un’accurata organizzazione periferica. Le Commende divennero soprattutto delle imprese, basate sull’agricoltura, loro principale risorsa. Il Commendatario di Calerno fu pure investito della reggenza dell’hospitale di San Giacomo di Riva Rossa di Traversatolo, sicuramente nel 1429. Nel 1429 era Precettore della Magione di Calerno e dell’hospitale di Riva Rossa di Traversatolo, frà Angelus de Attendolis de Cotignolla (1427-1443); dopo di lui seguirono Avanzio dei Ridolfi o Rodolfi (1450-1484); Fra’ Filippo Schiaffenati; Galeazzo Pichi de la Mirandola; Sisto della Rovere (1502-1506); Alfonso Trotti; Rodolfo dei Pio di Savoia di Carpi; Ercole Trotti; Gabriele Serbelloni (1523-1580); Frà Camillo Colloreto (1580-1613); Fra’ Alessandro Orsi (1615-1630); Fra’ Ferdinando de Nerlis (1649); Fra’ Pietro Maria Saraceni (1650). Nell’anno 1466 (data coincidente con l’acquisto del feudo di Guardasone da parte dei Borromeo) il godimento dei beni della commenda vennero acquistati da Peregrino de Cortogna. Sta scritto in un Istrumento non datato ma ascrivibile per il contenuto al secolo XVII, che fin dal 1466 il commendatario Avancio dei Ridolfi aveva concesso a livello a Pellegrino di Cortogna che accettò per sé e i suoi discendenti maschi…omnes et singulas petias terrarum tam laborativarum quam prativarum, boschivarum et cuiusqumque alterius generis positarum tam in territoris Guardasone Episcopatus, quam alibi spectantes et pertinentes ad Ecclesiam seu benefitium Sancti Jacobi de Riva Rossa territorij predicti Guardasone, membrum dictae praeceptoriae de Calerno quibuscumque confinibus confinent , sotto annuo canone di scudi 30 oro, in oro buono e giusto peso, da darsi ogni anno nella festa di S. Michele...

Nel 1564 Cristoforo della Torre, nella Descriptio omnium civitatis et Diocesis Parmensis ecclesiarum, monasteriorum et beneficiorum in eis fundatorum, così riportava : Preceptoria S.mae Trinitatis S. Jhoannis Hierosolimitani (est in dictione Monticuli) Militia-Mansio noncupata Calerni cui unitum est Oratorium S. Jacobi Ripae Rossae de Traversetolo - Ad Pontificem (Precettoria della S.ma Trinità di S. Giovanni gerosolimitano, è nella giurisdizione di Montecchio, Ordine militare-Mansione, chiamata di Calerno a cui è unito l’oratorio di S. Giacomo di Riva Rossa di Traversetolo. Sotto la dipendenza del Pontefice).

Nel 1557 la concessione venne confermata dal cavalier Hercole Trotti, ferrarese, allora precettore a Calerno, ai discendenti di Prospero di Cortogna ossia agli Abbati.

Le cose continuarono così finché nel 1649 il commendatario Saraceni volle rientrare nel pieno possesso delle terre di Traversetolo e Guardasone, recidendo il contratto d’affitto con gli Abbati.

Tale contratto era ritenuto contrastante con le regole dell’Ordine che non contemplavano la cessione di beni a livello per un tempo illimitato. Gli Abbati, forti del contratto stipulato nel 1466, fecero resistenza per cui la questione fu portata dal Saraceni di fronte all’Auditore civile di Parma. Questi dichiarò gli Abbati possessori ingiusti ed usurpatori ma essi, che continuarono a versare i loro 30 scudi d’oro pro livello, si appellarono al Duca di Parma contro la sentenza. Ne nacque una controversia ancora in atto nel 1798, allorché la Commenda venne soppressa.

Tornando all’inizio della controversia, considerando che l’entità dei beni era andata col tempo confondendosi, il commendatario Saraceni nel 1650 cercò di determinarla facendo stendere il cabreo ora custodito a Malta. L’operazione fu condotta a fatica per l’ostacolo posto dagli Abbati. L’agrimensore Ventura, parlando con i mezzadri, riuscì ad inventariare e calcolare terreni per un totale di 335 biolche, di cui 223 poste a Riva Rossa intorno all’ex hospitale di San Giacomo, con due case per mezzadri, casa padronale e torre colombaia: …Quattro possessioni di raggione di detta Comenda altre volte occupate dal Sig. Staffano e Parenti delli Abbati sotto il titolo di fitto perpetuo che fu fatto alla detta fameglia contro li Statuti della Eminentissima Religione et di presente occupate dal Sig. Carlo delli Abbati et dalla Signora Fulvia Finetta Madre et tutrice del Signor Alfonso, Tiberio, Andrea et Ginepra fratelli e sorelle de’ Abbati poste sotto il Territorio di Parma nella giurisdizione di Traversetolo in loco detto Terra Rossa, quali beni non si sono potuti misurare ne descrivere li confini se non tanto e quanto ha riportato il Venerabile Signor Giovanni Marco Colluccio Priore come sopra essendo che andò in fatto e ne pigliò informazione dalli mezzadri e fittabili che le tengono in affitto e che la lavorano et ciò perché li suddetti Abbati hanno fatto resistenza havendo l’Illustrissimo Signor Commendatore presentaneo per via di giustizia domandato il possesso pretendendo che detto affitto sia nullo per essere stato in fraude et contro gli Statuti della sua Eminentissima Religione. La cui lite pende in Parma avanti l’Illustrissimo Signor Auditore Civile e così li detti beni sono qui descritti: primo una pezza di terra lavoria arborata avidata con caneparo, orto, pratina, cortile stalla fenille pozzo con sopra due case da Mezzadro et una da Patrone torre da colombi et un Oratorio sotto il vocabolo di San Giacomo chiamato di Terra Rossa alli quali beni sono per confini da una Donino Tombellino, dall’altra un rio chiamato la Termina, dall’altra gli heredi del quondam Signor Paolo Monticelli mediante una stradella dall’altra gli heredi del quondam Signor Pecorari dall’altra Giacoppino Canossa dall’altro Paolino Quintavalla dall’altra le raggioni della chiesa di Traversetolo dal altra l’illustre Signor Cristoforo Pasini dall’altra Amadè del Mutto mediante la via comune per la quale si va a Montechiarugolo salvo le altre confine Biolche n. 223; e più una pezza di terra lavoria posta in detta Villa et parte nella villa di Gavazolo in loco detto alle Borre alla quale confina da una Leone Mistrale dall’altra Illustre Signor Giovanni Battista Torra dall’altra la via comune Biolche 26; e più un’altra pezza di terra lavoria posta nella villa di Bottone di Guardasone in loco detto alla Costa et confina da una Alissandro di Compagni dall’altra le ragioni della chiesa de Vignale dall’altra la via comune salvo altro confine Biolche 4; e più un’altra pezza di terra saldina con pocchi arbori posta nella villa di Traversedolo in loco detto alle Chieserotte confina da una Lazarino Rizzardi mediante la via comune dall’altra Giovan Battista Gabiano dall’altro Girolamo Rizzardo salvo le altre confine et è Biolche 60; e più un’altra pezza di terra con alcuni arbori posta come sopra in loco detto Covercho cofina da due salvo le altre confine et è Biolche 16; e più un’altra pezza di terra boschiva di castagne posta come sopra di Biolche 7; Quattro possessioni che tiene a livello il S. Staffano e Parenti de Abbati poste sul territorio di Parma intolato S. Giacomo di Riva Rossa con una chiesa e suoi casamenti e si paga un cappellano. Quali possessioni sono in circa B. n° 330. Sottoscrivo io Alfonso Ventura Agrimensore affermo come di sopra 1650 indictione 3° die 22 settembris.

In seguito a tale ricognizione e inventario dei beni, ripresero le trattative con gli Abbati.
Nel 1672 era Commendatario Fra’ Gaspare Gabuccino; attraverso il nipote Claudio Gabuccino, commendatario di Santo Stefano di Reggio e suo mandatario, aveva stipulato un atto di transazione con Tiberio ed Andrea Abbati, che riconobbero nella Sacra Religione la proprietaria dei beni che essi tenevano in affitto nella zona di Traversetolo. Senonché la quantità di terre che la transazione descriveva come appartenenti alla Commenda di Calerno era di 95 biolche contro le 335 accertate dal cabreo del 1650. Per cui l’estensore dello Instrumento già citato scriveva che s’ingannano molto di longo primieramente perché il signor cavaliere Claudio non have la facoltà di venire a tale dichiarazione…Secondariamente perché non si era mai disputato davanti al giudice sulla quantità dei beni…e da ultimo perché non si dice che li beni espressi non erano tutti quelli posseduti dagli Abbati, ma una parte sola, quella posseduta all’hora dal sig. Andrea. Perciò la transazione non riuscì a comporre il contrasto, che continuò più acceso che mai. Gli Abbati non vollero rinunciare ai loro presunti diritti e la questione andò avanti.

Dell’anno 1672 tra il Sig. Tiberio e Andrea fratelli Abbati da Traversetolo seguì la divisione dei loro beni: al Sig. Andrea restò tutta la casa da padrone, restando senza casa il Sig. Tiberio, quale col tempo si fabbricò de [nuovo] e dal Sig. Alfiere Prospero suo figlio su il cortile della casa da mezzadro toccatagli loco detto a S. Giacomo di Terra Rossa in Traversetolo; qual cortile della casa vecchia da mezadro confina a mattina il torrente Termina, a settentrione il cortile spettante al signor Andrea Abbati suo fratello, ora del Sig. Gio e Prospero fratelli di lui figli, a sera terra detta il Casamento posseduto da detti figli fratelli Abbati, a mezzogiorno un pascolo, e terra casamentiva goduta dal medesimo Sig. Alfiere; sopra al cortile e terra il sudetto Sig. Alfiere con suo padre Tiberio fece li seguenti fabricati e le abita in l’anno 1732… occupate da detto Sig. Gio e Prospero fratelli Abbati dopo la morte di detto Sig. Alfiere: le fabbriche sono una casa consistente in quattro camere a tereno et altre quattro a tasello con sopra li granari tutte tassellate con quadrelli finestre usci, seraglie, copata e servita in tutto, come casa a detti fratelli Abbati; una stalla da bestiame bovino e un’altra da cavalli e sopra le medesime un fienile capace di 26 in 30 cara circa di vernaglie, come costa a detti fratelli Abbati; una torre o sia colombara posta in un angolo del cortile; un recinto di muraglie che forma cortile (di braccia) 60 e poi due forni con sopra il sitto e commodo per la polaria; un pozzo per la commodità dell’acqua; nel ingresso di detto cortile vi è un portone fatto in volto con quadrelli come costa a i medesimi Sig.ri Fratelli Abbati possessori.

Nell’anno 1707 l’Alfiere Prospero Abbati vendeva le Bore al Priore di Bannone Carlo Lazari e anche le Chiarole terre che il Priore ha messo a frutto con alberi e viti. Dopo questa operazione Prospero Abbati moriva. Si apriva così un ulteriore conflitto che coinvolgeva anche il parroco di Bannone: Il caso della recente morte senza figli maschi del vessillifero Prospero Abbati quondam Tiberio, ultimo possessore del livello, muove la questione odierna dal momento che Prospero e Giovanni quondam Andrea de Abbati suoi cugini memori dell’originaria regola della discendenza maschile, rivendicano le loro proprietà cedute Priore di Bannone don Carlo Lazzari il cui importo viene rivendicato da Horatio Lodelini puero annorum trium prefati defuncti unico universali herede poichè figlio dell’unica figlia di Prospero.

La controversia con gli Abbati non trova soluzione, anzi si fa talmente complessa che il Commendatario D’Elci nel presentare al Commissario il cabreo del 1731, l’inventario dei beni mobili della Commenda e una nota dei mobili e suppellettili, dalla somma delle terre livellate escludeva il livello di Riva Rossa di Traversetolo, oggetto di contrasto con gli affittuari Abbati. La possessione di Rivarossa era la più importante per estensione dei terreni e per gli edifici esistenti, ma non se ne conosce la rendita. Nel 1622, essendo commendatario Alessandro Orsi, il livello era di 15 doppie parmensi per due poderi. Nel 1650 il possedimento constava di 335 biolche di terra con casa padronale, casa del mezzadro e oratorio dedicato a San Giacomo, manca però il dato inerente il livello. Al momento del processo che seguì la lite, ne era livellario Giovanni Abbati. All’epoca non si pagava più il curato per l’oratorio di San Giacomo. Fra’ Ferdinando D’Elci moriva nel settembre del 1782; la sua successione fu contrastata poiché il duca di Modena Ercole III pretendeva di poter avvantaggiarsi delle rendite delle Commende poste sul suo territorio. L’intervento diretto dell’imperatore d’Austria decise a favore dell’Ordine gerosolimitano optando per fra’ Alfonso Marsciano, proposto dal Gran Maestro dell’Ordine. In seguito alla Legge 27 giugno 1798, sulla Commenda dei SS. Lorenzo e Giovanni di Calerno si abbatté la riforma napoleonica e venne soppressa. Dal 1797 al 1801 fra’ Giuseppe Bisignani fu l’ultimo commendatario a pieno titolo. Dal Registro materie dei Recapiti della Commenda di Calerno si apprende che anche l’archivio della Commenda venne confiscato. Il registro elenca i libri e i documenti presenti nell’archivio, tra cui un fascicolo del processo tra D’Elci ed Evicardi sostenuto in Parma per rivendicare i beni in quel territorio (si tratta del caso di San Giacomo di Riva Rossa). Nel gennaio 1802 il duca di Parma don Ferdinando di Borbone, a titolo di alimentaria prestazione, assegnerà la pensione di 400 zecchini al Bisignani come risarcimento dell’alienazione dei beni che la Commenda possedeva a Traversetolo e dintorni, cioè nel Parmigiano. A questa pensione si aggiungono 50 scudi annui, che sono mille lire circa di Parma provenienti dall’affitto delle terre nel Parmigiano livellate ai consoci Bercini e Giacopelli. Il contratto d’affitto stipulato dagli Abbati era stato annullato dalla soppressione della Commenda e dall’incameramento dei beni parmigiani da parte dell’Hospitale della Misericordia di Parma. Quando il Bisignani lasciò per trasferimento il suo incarico, l’Ordine gerosolimitano continuò, nonostante la soppressione della Commenda, a comportarsi come se i beni fossero ancora di sua proprietà. Infatti elesse un nuovo commendatario nella persona di Carlo Tiburzio Fiaschi che poi per anzianità rinunciò quasi subito all’incarico. A lui nel giugno del 1802 andarono il titolo, la pensione ducale e il compenso per l’affitto delle terre di Traversetolo. Nel 1821 i beni dell’ex commenda risultano di proprietà del signor Giuseppe Ceresini di Carignano, mentre nel 1841 appaiono transitati a Carlo Ferrari ed eredi di Lemignano. Al 1871, secondo quanto riportato dal Vicario Foraneo, san Giacomo era passato dai Barani a Giuseppe Salsi di Traversetolo. Nel 1926 venne acquistato da Nino Cocconcelli quindi, nel dopoguerra, dai Fani e infine dagli Avanzi di Montecchio. Apporti architettonici importanti vennero operati dal signor Cocconcelli che nel 1927 demolì alcuni vecchi edifici per costruire una nuova stalla, un porticato con rustico ed una nuova casa colonica. In seguito sorse anche un caseificio con porcilaie, mentre ai Fani si deve la costruzione della nuova grande stalla moderna a nord del complesso edilizio.

Oratorio di san Giacomo.
All’interno del complesso di san Giacomo vi era, fin dall’origine, l’omonimo oratorio, mantenuto in efficienza fino al Quattrocento dai monaci che sovrintendevano all’Hospitale; questo oratorio era dotato di un Beneficio comprendente un canonicato con prebenda. La sua dipendenza era legata all’Ordine dei cavalieri gerosolimitani di Malta.

I gerosolimitani già dal 1401 avevano affidato l’hospitale di Calerno (RE) in commenda, cioè in gestione, vita natural durante ad un cavaliere del loro ordine, al quale venne pure assegnato san Giacomo di Rivarossa, unito sicuramente già al 1429 alla Mansio Calerni. Da questo momento l’oratorio, compreso nei beni, segue le vicende della commenda.

Nel Catasto Farnesiano al 1561 si legge che il reverendissimo monsignor cardinalo Bonromé (si tratta di Carlo Borromeo, 1538 -1584, creato santo nel 1610) è rectore del benefizio de san Jacopo de riva rossa dove vi è cemeter con el sitto de la gessa (chiesa) in loco dicto a s.jacopo de riva rossa, confina con la strada e gli Abbati... La nomina di san Carlo in qualità di rettore è collegabile al fatto che i conti Borromeo di Milano avevano acquistato il feudo di Guardasone già dal 1466.

Nel corso della visita di monsignor vescovo Castelli (1578) l’oratorio appariva in buone condizioni; si raccomandava soltanto di porre l’arco o una copertura simile oltre le travi dipinte. Si annotava quindi la necessità di alcuni arredi e di un armadio dotato di chiusura.

Nell’anno 1628 l’edificio sacro venne visitato dal Vicario Foraneo di Bannone, don Nicola Pacchiani, dalla cui relazione si ricava che il canonicato e la prebenda di san Giacomo erano stati uniti alla parrocchiale di Traversetolo, per cui il rettore dell’oratorio, don Bartholomeus de Attolinis, doveva assolvere anche agli oneri della parrocchiale; egli doveva risiedere nella casa della prebenda che, essendo in pessimo stato, occorreva fosse ristrutturata con le entrate della prebenda stessa (tale casa era poco distante dalla parrocchiale di Traversetolo, all’inizio di via D’Annunzio). Per quanto riguarda l’oratorio iuris Illustrissimorum Dominorum Equitum Hierosolymitanorum non si rileva nulla di particolare se non la mancanza di alcuni oggetti d’arredo. Nella successiva Visita del vescovo Nembrini datata 1666 si scrive visitavit Oratorium Rippae Rubeae et nihil est decreti.

Nel 1714, in base alla Visita Pastorale del vescovo Marazzani, le condizioni dell’oratorio, che si dice in possesso degli Abbati, appare in cattive condizioni. Innanzitutto si registra che l’impegno di far celebrare trecento messe ogni anno in perpetuo, da molti anni non veniva assolto; quindi si passa alla descrizione dell’edificio che si dice ampio ma i muri devono essere aggiustati, intonacati ed imbiancati. Pure si deve sistemare il tetto, mettere il baldacchino sopra l’altare e provvedere agli arredi nonché agli abiti sacri. Non essendo idoneo in tal modo alle celebrazioni, in attesa di ripristino, si dice di celebrare gli oneri nella parrocchiale di Traversetolo. Nel 1740 l’oratorio venne completamente ristrutturato da Giovanni Abbati e i suoi fratelli. Il vescovo Camillo Marazzani indirizzava, in data 30 settembre 1741, una lettera a don Giuseppe Barbieri, parroco di Traversetolo, per informarlo della sua volontà nel concedere l’idoneità all’oratorio nuovo presso il quale potevano riprendere le celebrazioni. Il 22 settembre 1742 don Giuseppe Barbieri approntava una descrizione della chiesetta da inviare al Vicario Generale della curia di Parma: L’Oratorio suddetto è rifatto tutto di pianta nuova dai fondamenti nel medesimo sito dove si trovava in addietro, di buona simmetria et architettura con pavimento nuovo, con suoi veli e corniciamenti adornati senza risparmio, tutto imbiancato dentro e di fuori, con il suo vaso di marmo nuovo per l’acqua santa nel muro a man destra entrando nel detto oratorio. L’altare è pur nuovo con molta pulizia e proprietà, con il suo coro illuminato da due finestre con ferrate, vetrate e tendine, e con i suoi sedili all’intorno del Coro, nel mezzo di esso appeso al muro un quadro di buona mano rappresentante Maria Vergine Santissima del Rosario con a destra san Giacomo titolare, ed a sinistra San Giovanni Battista; detto quadro ha la sua cornice dorata, ed è tutto nuovo. Il sopradetto altare è fornito co’ suoi modioni (modiglione, specie di mensola piuttosto ornata), banchette, tabernacolo nel mezzo tutto marmorizzato co’ suoi contorni e filetti dorati, e il tabernacolo di dentro è poi coperto di ormesino cremesi con suo uscio e chiave... Nel 1774 la Visita Pastorale di monsignor Pettorelli Lalatta non annota cose di particolare interesse oltre quanto già precedentemente riferito; mentre nel 1784 si apprende che gli Abbati sono stati sostituiti nella proprietà del livello dai Bercini e dai Giacopelli, dai quali dipende, ancora nel 1798, anche la cura dell’oratorio.

Al 1821 la proprietà ed il patronato dell’oratorio cambiano ulteriormente passando a Giuseppe Ceresini di Carignano ma domiciliato a Traversetolo. Egli ottenne di erigere la Via Crucis. Nel corso della Visita Pastorale del vescovo Neuschel, venne richiesto un inventario, poi consegnato da don Valla, arciprete di Traversetolo, nel 1843. Dal documento non si traggono particolari nuovi e si conferma che san Giacomo è di ragione del signor Carlo, o eredi, Ferrari di Lemignano.

Nel 1871 cambia ancora la proprietà che, un tempo dei Bertani (succeduti ai Ferrari), ora viene assegnata al signor Giuseppe Salsi di Traversetolo, che restaura l’oratorio e vi fa celebrare la funzione in occasione della festa del titolare san Giacomo.

Alla fine dell’Ottocento tutto il complesso, ma in particolare l’oratorio, era ormai degradato al punto che le funzioni non si celebravano più. Nel 1926 tutta la proprietà venne acquistata dal signor Nino Cocconcelli che inoltrò domanda al Comune di Traversetolo per sistemare i fabbricati colonici del fondo di san Giacomo, adattandoli alle nuove esigenze agrarie. Contemporaneamente chiese espressamente alla curia di poter ripristinare anche l’oratorio. A tale proposito don Varesi, parroco di Traversetolo, inviava una accorata lettera di supplica al vescovo: ...In frazione di San Giacomo, di questa parrocchia, esisteva ab immemorabili un oratorio pubblico dedicato al Santo, nel quale si celebravano le sacre funzioni in alcune occasioni. Esso era di proprietà del padrone della tenuta omonima, e venne officiato fino verso il 1900 circa; nella quale epoca, passata la proprietà a certo tale signor Comini di Montecchio, l’Oratorio venne trasformato in magazzino di granaglie e quindi vi si sospese ogni funzione. Ora il nuovo acquirente signor Nino Cocconcelli desidererebbe vivamente rimettere al culto l’Oratorio stesso ed è dispostissimo a rimetterlo nello stato edilizio di prima. Ma per fare i lavori occorre tempo ed egli avrebbe molto piacere si celebrasse subito il 25 corrente la festa del Titolare. Allo scopo ha già riposto l’altare nell’abside ed eseguite le riparazioni d’urgenza per adattarlo alla celebrazione della santa Messa. Ci tengo molto ad ottenere l’implorato permesso per avere così un Oratorio in questa lontana frazione e così numerosa della mia Parrocchia, che mi servirebbe tanto al bene di quegli abitanti.

Il vescovo rispose chiedendo un dettagliato sopralluogo per verificare se gli arredi fossero completi ed adeguati alla celebrazione. Così rispondeva don Varesi: ...Bisogna notare che il proprietario antecessore (Comini di Montecchio) aveva atterrato l’Oratorio preesistente e pericolante, innalzandovi sulle fondamenta, meno l’abside, un locale per custodirvi i fiori ed aggiungendovi a ridosso a nord altro locale per garage, e di più erigendovi di fianco una porcilaia. L’attuale proprietario, desiderando rimettere in uso l’Oratorio, ha distrutto la porcilaia, trasportandola ben lontano, ha rinnovato nell’interno quella parte di locale che era vasaia, rinnovandovi il piano, costruendovi un plafone al di sotto della capriata, abbellendovi tutte le pareti rimettendovi ben a posto l’antico altare in legno sul fondo del locale. Perciò il locale interno a mio avviso è convenientissimo per la celebrazione della Santa Messa ed anche abbastanza capace per gli abitanti della frazione. Trovo solo sconveniente l’esterno, in quanto che non ha la forma di Oratorio, ma di fabbricato a due porte uguali, culminando il tetto sul muro laterale del garage. Ho cercato di far capire al signor Cocconcelli che sarebbe assai conveniente che anche all’esterno, almeno a quella parte di fronte del locale dell’Oratorio, vi fosse data una forma più distinta e mi ha promesso che in seguito farà...

In realtà non molto venne fatto per migliorare l’aspetto esteriore dell’oratorio che, anche se isolato, non venne abbellito da una più confacente facciata. Internamente però rimase decoroso e così lo ricorda la Visita Pastorale di monsignor Colli nel 1958. Dopo i Cocconcelli subentrarono nella proprietà i Fani. Attualmente l’oratorio è internamente mantenuto con decoro e può essere ufficiato, anzi, nel corrente anno 2017 è stato ristrutturato.

Per la Comunità l’oratorio è aperto il giorno 25 luglio, alle ore 21, per la celebrazione in ricordo della ricorrenza di S. Giacomo.





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