Pietro Carnerini

Nasce a Traversetolo il 4 ottobre 1887 da Domenico Carnerini e Marcella Rizzardi. Ha cinque fratelli: Emilio, Virginio, Giuseppe, Maria ed Emilia.

Nel 1900, quando già lavora nella falegnameria del padre, manifestando uno spiccato interesse artistico e buone doti di disegnatore, entra nella Fonderia Baldi, dove lavorano anche Brozzi, Ghiretti e Minari, per meglio apprendere l’arte del disegno e della modellazione.

Dal 1903, viste le sue capacità, viene avviato agli studi presso l’Accademia di Belle Arti in Parma, qui si diplomerà ottenendo l’abilitazione all’insegnamento. Mentre ancora frequenta l’Accademia, nel 1905, per la sua abilità di intagliatore, riceve le prime importanti commissioni tra cui l’arredo della farmacia Mantovani, impreziosendo ad intaglio le pannellature dei mobili e del bancone.

Tra il 1915 – 18, combatte nel Primo Conflitto Mondiale ma già a fine guerra si fa conoscere come artista di grandi speranze: le sue opere, esposte ad una mostra in Sassuolo nel palazzo Matteotti, organizzata da un gruppo di artisti – ufficiali e soldati bombardieri – che raccoglie notevoli lavori di scultura, pittura, architettura, sono un vero successo e vengono tutte vendute.

Dal 1919 si stabilisce a Parma dove apre un laboratorio-bottega in via XX marzo; si dedica soprattutto allo studio rifacendosi a modelli rinascimentali; scolpisce il legno ma lavora anche la terracotta e non trascura l’incisione e la xilografia. Dal 1921 al 1923 le sue illustrazioni xilografiche arricchiscono la rivista “Difesa Artistica” e compaiono anche su “Aurea Parma”. La sua amicizia con Renzo Pezzani favorirà una proficua collaborazione tra i due: Carnerini illustra per il poeta il volume “Artigli” del 1923. Ma la xilografia non lo affascina a lungo e la sua creatività si orienta alla scultura e alla creazione di opere in terracotta per la fusione tra cui Il Fante, il Beethoven, l’effigie e decori per la sepoltura di Ruggero Finzi a Venezia.

Nel 1924 lavora per la facciata dell’asilo di S. Lazzaro Parmense realizzando la lastra in bronzo, ad ornamento della facciata, in ricordo dei caduti del primo conflitto mondiale.

Nello stesso anno parte per Roma avendo ottenuto un incarico come docente in un Istituto Industriale, ma pochi mesi dopo lascia l’insegnamento e si dedica esclusivamente all’arte aprendo uno studio in Piazzale Flaminio al 23, poco distante da p.za del Popolo.

Tra il 1925–28 continua il lavoro a Roma con molte commissioni importanti, quindi per interessamento del Conte Calciati di Piacenza riesce ad ottenere, col sostegno di Guido Corni, governatore della Somalia dal giugno 1928 al 1° luglio 1931, l’incarico da padre Fulgenzio Lazzati per ornare la Chiesa della “Vergine Consolata” di Mogadiscio

Il 13 settembre 1930 scrive alla famiglia da Mogadiscio, dove soggiorna presso i Francescani, per informare circa i suoi lavori: “tre grandissime lunette, gettate poi in materia solida, policromate, dorate e patinate sì da farne risultare tre autentiche opere d’arte cristiana, intonatissime all’ambiente dovuto al chiaro ed illustre architetto conte Ing. Vindone di Torino”

Le tre lunette hanno diverse collocazioni: quella centrale, col Trionfo della Croce fra Santi francescani è posta sopra l’altare maggiore; una seconda con l’allegoria di S. Francesco e le creature, a sinistra; la terza, raffigurante il miracolo di Santa Chiara che alza l’Ostia in difesa del Chiostro contro i saraceni, a destra.

per la cattedrale di Mogadiscio, solennemente inaugurata il 1° marzo 1928 alla presenza di Umberto di Savoia, Carnerini progetta due lampadari e due candelabri realizzati in ferro battuto dalla Regia Scuola Professionale “Fermo Corni” di Modena; i confessionali e due angeli a sostegno del quadro raffigurante la Vergine Consolata di Torino, offerto al duomo dalla stessa città.

Nel 1991, dopo la caduta del regime del dittatore Siad Barre, gran parte della cattedrale, compresi gli edifici del vicariato, vennero distrutti. Profanate le tombe dei quattro vescovi italiani, frantumati i simboli religiosi, mitragliato il grande crocifisso. Ora in luogo della cattedrale rimane un’ampia spianata.

Sempre al periodo africano appartengono un busto del Maresciallo Graziani (che sarà il committente della Via Crucis di Bengasi) ed un altro del Maresciallo Giardino Gaetano, voluto espressamente dal Re entusiasta delle opere di Pietro.

Nel 1929 rientra a Roma dove spera di essere ricevuto dal Re al fine di ottenere nuovi incarichi; nell’attesa lavora al progetto di una tomba di famiglia a Traversetolo e per la chiesetta della Madonna della Guardia al Passo della Cisa (PR).

Rientrato a Roma nel giugno del 1931 scrive alla famiglia e include un pacchetto di incenso da offrire a don Varesi, parroco in Traversetolo. Nel novembre dello stesso anno chiede ai familiari se hanno ricevuto la copia de L’Illustrazione Vaticana che ha pubblicato i suoi lavori in Africa, pregando di mostrarla al parroco affinché gli commissioni qualche lavoro per la nuova chiesa di Traversetolo.

Rimane quindi a Roma da dove, il 15 maggio 1932 informa la famiglia d’essere in procinto di tornare in Africa per un nuovo lavoro. Da questa data in poi mancano notizie; forse Pietro raggiunge Bengasi per realizzare la Via Crucis per la Cattedrale inaugurata il 28 ottobre 1932. Ma non vi sono lettere spedite da Bengasi alla famiglia né altre notizie che possano confermare il soggiorno di Carnerini in Cirenaica.

Il 17 marzo 1934 L’Osservatore Romano pubblica un articolo sulla Cattedrale di Bengasi con illustrazioni della Via Crucis di Carnerini. Articolo analogo “La nuova “Via Crucis” della Cattedrale di Bengasi”, con molte illustrazioni, viene pubblicato a firma Andrea Lazzarini sulla rivista L’Illustrazione Vaticana del 1630 aprile 1935.

Dal 1934 ma probabilmente già da prima, Pietro si trova a Roma da dove, il 26 novembre 1934 scrive una lettera alla famiglia inviando alcune fotografie, scattate dal fotografo Carlo MinghelliVaini, via G. Calderini 18 Roma, delle stazioni della Via Crucis di Bengasi.

Questo lascerebbe supporre che l’intera opera sia stata preparata a Roma e quindi trasferita a Bengasi. Nella lettera si aggiunge che quelle in fotografia sono le immagini originali della Via Crucis della quale Tullia, la cognata di Carnerini, aveva visto alcuni bozzetti quando si era recata a Roma per incontrarlo. Chiede poi notizie su possibili lavori da eseguire per la nuova chiesa di Traversetolo: spererebbe in una commissione importante, una Via Crucis o altro; ma non avendo ancora riscontri positivi esprime il suo rammarico: meglio lontano dal paesello se si hanno capacità, lì non si può fare nulla.

Nel dicembre del 1934 viene ricevuto dal Re; scrivendo la notizia ai familiari, racconta di aver mostrato le opere eseguite in Somalia, e per l’apprezzamento ricevuto, spera in un futuro incarico.

Ma a Roma il lavoro scarseggia, chiede ancora, tramite i parenti, di poter tornare a lavorare a Traversetolo, sempre per una Via Crucis nella chiesa del paese. Ma la risposta è negativa

Così decide di partire per Parigi presso l’amico pittore Gherardi. Il trasferimento si rivela un fallimento: molte promesse ma nessun incarico importante come sperato; così ritorna a Roma.

Riparte per Parigi nel 1936, ma anche questa volta, le promesse di lavoro che sembravano buone si rivelano scarse e non quali Pietro si aspettava.

Nel 1937 è di nuovo a Roma dove nuovamente spera in una commissione per incarico del Papa. Ma l’ulteriore disillusione lo porta a decidere per il rientro a Parma. Tra il 1938/39 si sposta da Traversetolo a Parma dove, nel 1939 riceve dal vescovo Evasio Colli l’importante incarico della progettazione e realizzazione della nuova Cattedra Episcopale e di due arcibanchi per la parete di fondo del lato sinistro del transetto, nel Duomo. L’opera in legno scolpito gli vale l’ammirazione del pubblico e della critica e nuove commissioni si susseguono: l’arredo della zona presbiteriale in San Giovanni in Parma, l’arredo per la Sala Consiliare in Traversetolo e molti impegnativi mobili per abitazioni private.

Durante il secondo conflitto mondiale Pietro Carnerini rimane a Traversetolo e lavora nel suo studio/bottega in via Umberto I (ora via Matteotti), una stanzetta nel cortile interno di una casa di proprietà di conoscenti: la stessa casa dove nacque Renato Brozzi. Il suo amore per il paese è tale da progettare uno “Studio” dove poter lavorare accolto, con l’affetto che spera, dai suoi concittadini.

Finalmente a Traversetolo riesce a lavorare anche per la chiesa ricevendo l’incarico per due lunette da collocarsi sui portali: una con l’effigie di san Martino, sul portale maggiore, l’altra col Buon Pastore sul portale laterale. Modellate il gesso, Pietro è certo della loro fusione in bronzo, ma la sua speranza non troverà realizzazione.

A guerra finita Pietro riprende la sua attività a Parma nello studio in via delle Fonderie, affittatogli dal pittore Latino Barilli. Qui opera come intagliatore in legno, come scultore per alcune cappelle funerarie (cappella Jemmi al cimitero di Traversetolo e cappella Borrini a Monticelli Terme) e quindi realizza fusioni in bronzo tra cui la monumentale “Targa Manzini” collocata all’interno della fabbrica Manzini di Parma nel 1948.

Tra il 1949/50 il lavoro non manca ma il dolore alle orecchie che già lamentava da tempo diventa insopportabile. Il timore della sordità e della solitudine lo spingono a trovare rifugio presso il convento dei Domenicani in Bologna dove esegue due opre bronzee: un s. Domenico e s. Pietro da Verona. Ma la vita conventuale, nonostante la sua salda fede di credente, non lo conforta. Dopo aver eseguito una delle sue ultime opere: un busto in bronzo raffigurante Padre Lino Maupas, ed essere ricevuto l’8 febbraio 1951 dal Santo Padre in udienza speciale, nello stesso anno torna presso la famiglia in Traversetolo. Il male che lo ha colpito non gli concede tregua, scrive nel 1952 all’amico Gherardi un’accorata lettera che lascia presagire il peggio. Lasciato Traversetolo per Gorgonzola, presso parenti, dopo un’ultima visita all’ospedale di Milano, il 22 ottobre si toglie la vita.





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