Domenica II di Avvento - Anno A
Omelia di Padre Roberto Pasolini
Questa domenica di Avvento è tutta pervasa da un incessante appello a desiderare una vera conversione nei nostri cuori, non tanto in vista di un personale incremento di vita, ma per poter essere lievito di un mondo nuovo: «… suscita in noi gli stessi sentimenti di Cristo, perché portiamo frutti di giustizia e di pace» (Colletta). Per compiere il suo desiderio di giungere fino a noi, il Signore ha bisogno di una strada per poterci incontrare, i cui confini non siano né troppo sfumati né troppo irregolari. Così gridava a suo tempo Giovanni il Battista, «nel deserto» del torpore e della superficialità: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3,3). Il significato di queste parole si chiarisce subito nei toni di accusa tutti finalizzati a ricondurre il popolo alla coscienza della sua elezione e dell’alleanza con Dio: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?» (3,7). Il vizio di defilarsi, cioè di disertare il compito della nostra e altrui umanizzazione in vista dei doni e della grazia di Dio, è la forma più ordinaria con cui poniamo intralcio alla venuta del Regno e al compimento della sua giustizia. Incuranti delle conseguenze che le nostre azioni imprimono nella realtà, ci abituiamo a tollerare e a occultare le tenebre di cui siamo complici o, talvolta, persino artefici. La non assunzione di responsabilità diventa particolarmente velenosa quando viene giustificata con i sentimenti di devozione e di appartenenza a Dio che custodiamo dentro di noi come un segreto vanto: «E non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,8-9). Fortunatamente, la nostra relazione con Dio non è fondata su quello che noi pensiamo (di poter dire), ma sull’opera che lo Spirito riesce a compiere in noi attraverso la nostra libera e creativa collaborazione. «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (3,10). Gli alberi che non portano frutto devono essere tagliati, non perché chi taglia sia cattivo, ma perché ciò che viene tagliato ha assoluto bisogno di essere rigenerato e restituito a una possibile fecondità. La «perseveranza e consolazione» che «provengono dalle Scritture» ci possono concedere di avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù» (Rm 15,4-5), nella misura in cui smettiamo di sfuggire all’imminente venuta del Signore, avvertendola come una pericolosa minaccia alla stabilità del nostro essere. Il sentimento d’ira annunciato da Giovanni Battista non è da confondere con un giudizio di condanna sulla nostra piccolezza, ma da intendere come un appassionato disappunto nei confronti di quella distanza ancora esistente tra la realtà e il disegno di Dio, tra il divenire della storia e il compimento del Regno: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà» (Is 11,6). Questo è il vero presepe che va componendosi lungo la storia e si manifesta ogni volta che non sfuggiamo dai nostri reali contorni e ci diamo il permesso di essere tronchi capaci di attendere il germoglio, radici fiduciose di poter spandere ancora fragranza. Solo su corpi inermi e consegnati, infatti, può tornare a posarsi lo Spirito del Veniente: «spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2).

