LA SPERANZA È PORTARE FRUTTO
Venerdì della seconda settimana di quaresima (21 marzo)
Gesù è l’uomo della sintesi, non ama troppo le parole e delle nostre conferenze a iosa poco importa. Per questo motivo, in pochi versetti, sintetizza tutta la storia della salvezza attraverso questa parabola. Cosa vuole dirci il Signore? Il messaggio è semplice e comprensibile a tutti. Il rifiuto di lui. Quante volte anche noi, come i discepoli, di fronte alle sue esigenti proposte, abbiamo ripetuto: “Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo?” (Gv 6, 60) e abbiamo referito strade più comode e allettanti, anziché camminare con lui, via sicura. Il rifiuto di Gesù porta, inevitabilmente, alla sterilità, per questo Gesù conclude dicendo che il Regno di Dio sarà tolto a chi crede di ossederlo e sarà dao a chi da esso farà produrre frutti. Gesù ci ha scelti e costituiti perché andiamo e portiamo frutto, un frutto duraturo (Gv 15,16), non per vivere di rendita. Siamo chiamati ad essere semplici e umili operai nella sua vigna, come ebbe a dire Papa Benedetto XVI il giorno della sua elezione. Operai, non padroni, il cui scopo primario è quello di rendere la vigna feconda, non di farci proprietari. Per portare frutto occorre, però, la “pazienza dell’agricoltore” (Gc 5,7). Bisogna saper attendere i tempi di Dio che, generalmente, non sono i nostri; bisogna passare attraverso le tribolazioni, perché a nessuno è stato detto che sarebbe stato facile, anzi ci è stata prospettata una vita contrassegnata dalla croce. Insomma, bisogna essere scartati dagli uomini, ma presi in considerazione da Dio. Per questo motivo lontani da ogni fariseismo dobbiamo umilmente accogliere lui, il suo messaggio e la sua proposta e non rifiutarlo. Alimenteremo così la speranza di essere operai solerti capaci di far fruttificare quanto ci è stato dato in dono e saremo grati per aver avuto l’impareggiabile privilegio di essere stati chiamati a lavorare nella sua vigna.

