LA SPERANZA È RACCHIUSA NELLA NOSTRA UMANITA’
Venerdì della IV settimana di quaresima (4 aprile)
Quanto è stato difficile il ministero messianico di Gesù! Egli, venuto a rivelare il volto del Padre, atteso dal popolo di Israele, si trova ad affrontare critiche, incredulità, sospetti e quant’altro impedisce di riconoscere in lui la salvezza del popolo di Israele. Ci si aspettava un Messia trionfante che venisse chissà da dove, non un Dio che si incarna, che si fa uomo, per condividere in tutto, tranne che nel peccato, la dura ed esaltante esperienza umana. Questo, purtroppo, soventemente accade anche a noi, ci viene difficile riconoscere che “l’onnipotenza di Dio, si rivela nella fragilità di un bambino” (d. Tonino Bello); che nell’economia della salvezza Dio ha preferito la via dell’uomo, per svelare all’uomo la sua vera identità. Ci viene facile riconoscerlo e invocarlo come Altissimo, Onnipotente, Creatore, Signore e stentiamo a chiamarlo con il nome comune di fratello. Insomma, cadiamo nella stessa trappola di quegli abitanti di Gerusalemme che dicono” Costui sappiamo di dov’è”. Gesù, invece, nella sua assoluta sincerità, si presenta come colui che è stato inviato dal Padre, “non è venuto da sé stesso” ma è stato mandato. Ha un’opera da compiere e una “ora” a cui giungere e prima di quell’ora nessuno può mettere mano su di lui. Sarà in quell’ora supremo, elevato tra cielo e terra sull’albero della croce, che egli attirerà a sé il genere umano e, nella confessione del Centurione, rivelerà chi veramente è: “Il figlio di Dio”. Mettiamoci alla sua sequela: “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (Gaudium et spes, 41). “Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi” (Marianne Williamson), non per rimanere nel buio delle nostre grette convinzioni. Non ostacoliamo con la nostra incredulità, le meravigliose opere che Dio vuole compiere in ciascuno di noi. Non vanifichiamo “l’ora” di Gesù.

