Santissima Trinità – anno A

Commento al Vangelo di Don Domenico Bruno

maggio 31 , 2026

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Tre persone, un solo cuore, un grande amore

Ti è mai capitato di incrociare per strada un gruppo di amici talmente affiatati che sembravano muoversi a ritmo? A tutti, poi, succede di avere amici così intimi capaci di capirsi al volo solo con uno sguardo.
Ecco, oggi celebriamo la festa della Santissima Trinità, che non è un rompicapo di matematica divina, ma la festa della relazione pura e intima. È Dio che non sa stare da solo, perché Dio è Amore, e l’amore ha sempre bisogno di qualcuno da amare e con cui condividere la vita. Sant’Agostino lo spiegava in modo incredibilmente semplice e immediato: nella Trinità c’è Colui che ama (il Padre), Colui che è amato (il Figlio) e l’Amore stesso che li unisce (lo Spirito Santo). Tre Persone, un solo Dio.
Da piccolo quando vedevo un cartone animato in cui c’erano tre moschettieri, questi erano uniti non per attaccare qualcuno, ma per difendere il Re da eventuali attacchi, sguainavano le loro spade al grido del “uno per tutti, tutti per uno”. Con quel motto univano le spade come per unire le loro forze per fare scudo e ricordarsi di essere una cosa sola.
Fa pensare quando Mosè prega dicendo «cammini il Signore in mezzo a noi», chiedendo a Dio di tenere unito il suo popolo anche se ha la testa dura. Così i moschettieri uniscono le forze per difendere ma anche per ricordare che l’unione fa la forza e ristabilire la pace in modo edificante.
In effetti, chi pensa di poter fare tutto da solo, si perderà presto, e chi pensa di non dover perdonare a nessuno, si troverà presto in deficit di misericordia quando sbaglierà e quando vorrà sentirsi amato.
L’atteggiamento profondo che emerge nel Vangelo è proprio la cura: Dio non manda il Figlio per puntare il dito o giudicare i nostri fallimenti. Nelle nostre vite di ogni giorno, dove basta un messaggino non risposto o basta togliere un “follow” per scatenare litigi e rancori, siamo chiamati a riscoprire questa alleanza e a chiedere a Dio di prenderci come sua eredità, così come siamo.
E tu? Vuoi continuare a vivere come isola sperduta o accetti la sfida di diventare artigiano di comunione, capace di allearti per proteggere ciò che ama Dio?

don Domenico Bruno

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