Venerdì della Terza Settimana di Avvento (Anno A)
1) Preghiera
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Dio onnipotente: la venuta del tuo unico Figlio, che attendiamo con intenso desiderio, ci ottenga la salvezza nella vita presente e in quella futura.
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2) Lettura: Isaia 56, 1 - 3. 6 - 8
Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi». Beato l’uomo che così agisce e il figlio dell’uomo che a questo si attiene, che osserva il sabato senza profanarlo, che preserva la sua mano da ogni male.
Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: «Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!».
«Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocàusti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». Oracolo del Signore Dio, che raduna i dispersi d’Israele: «Io ne radunerò ancora altri, oltre quelli già radunati».
3) Riflessione su Isaia 56, 1 - 3. 6 - 8
Il testo di oggi inizia il messaggio di un profeta anonimo che passa sotto il nome di Terzo Isaia e fa riferimento al ritorno degli ebrei dall'esilio nella terra di Giuda (sec VI).Il clima è diverso. Esisteva, prima dell'esilio, un esclusivismo esigente e duro, destinato a mantenere pura la propria fede e a non mescolarsi con altre divinità. L'esperienza del popolo o i matrimoni dei sovrani con donne straniere dimostrano a sufficienza che i matrimoni con straniere facevano deviare dalla fede. Perciò il libro del Deuteronomio, attribuito a Mosè, ma in realtà scritto nel sec. VII-VI a.C. obbliga: "Con gli stranieri non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà. Non costituirai legami di parentela con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero la tua discendenza dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri" (7,2-4).
La liberazione da Babilonia ha aperto molte speranze, ma l'esperienza faticosa della convivenza, con un popolo pagano e vincitore, ha obbligato a grandi riflessioni e maturazioni. E comunque è stata una convivenza con un popolo straniero di altra cultura. La convivenza dell'esilio ha fatto loro ripensare ad atteggiamenti diversi. Ha fatto superare paure e pregiudizi. Anche a Babilonia, hanno incontrato uomini e donne di fiducia, giusti, portatori e portatrici di valori condivisi. Ma non tutti vivono il ritorno così. Altri, invece, anche tra le guide politiche e religiose, hanno ripreso diffidenze e sospetti poiché erano rimasti pregiudizi pericolosi, e ritenevano che la vera fede consistesse nel rifiutare ogni straniero.
Il profeta, che pronuncia questi testi, è un uomo sereno, libero da pregiudizi, che coglie in modo più profondo il significato della vita umana: tutto il mondo è stato creato da Dio e tutti sono richiamo alla bontà del creatore. Bisogna abbandonare gli esclusivismi e ritrovare una unità di popolo, attorno al Dio creatore e salvatore.
Il profeta annuncia che adesso, per volontà del Signore, potranno aderire al popolo santo anche coloro che prima erano esclusi come lo straniero e l'eunuco (preso a simbolo di portatori di difetti fisici), purché vivano le esigenze dell'alleanza.
Era inimmaginabile prima e lo ridiventerà poi: ma gli stranieri giusti potranno salire al monte santo (Gerusalemme-Sion) di Dio e, come gli israeliti, pregheranno insieme nella casa di preghiera che è "Casa di preghiera per tutti i popoli". Viene posta, però per tutti, la pratica del riposo del sabato come segno dell'alleanza (Es 31,12-17) e la pratica della giustizia e della fedeltà all'alleanza e non più il legame di sangue o la purità legale: vengono utilizzati due verbi:" servire e amare" che ricordano rispetto delle leggi del culto e fedeltà al Signore.
Il tempio è il grande luogo dell'incontro di Dio e del popolo ed è anche il luogo della riconciliazione dei popoli. Non è un caso che venga ripreso da Gesù nel rimprovero ai profanatori del tempio: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri»." (Mc 11,17)
Il nostro tempio di incontro e di preghiera è la Comunità cristiana, che riflette sulla Parola di Dio, celebra i divini misteri della presenza del Signore Gesù tra noi, si forma e matura consapevolezza e chiarezza di cuore.
Poi dal tempio si esce poiché campo di semina e di raccolta è il mondo. E il progetto non è, solo o tanto, portare la gente in Chiesa, ma aiutare a vivere insieme i valori di Gesù e la pace di fraternità.
Il risultato non possiamo controllarlo poiché è opera di Dio ma il più vero risultato non è una maggiore partecipazione alla Messa, anche se è auspicabile, ma una maggiore attenzione al prossimo e una più profonda "non violenza".
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. - Come vivere questa Parola?
"Stranieri"! Ma esistono "stranieri" nel Regno di Dio? Si direbbe proprio di no, leggendo passi come quello che ci viene proposto dalla liturgia odierna. Per Dio non ci sono "figli" e "figliastri". Per tutti sono sempre spalancate le porte del suo cuore di Padre. E se qualcuno ha la precedenza questa non è stabilita in base all'appartenenza a un determinato popolo o religione. I verbi che sembrano determinanti sono: "aderire" "servire" "amare" "restare fedeli". Chi "aderisce" a Dio! E qui viene in mente l'immagine proposta da Geremia della cintura che aderisce ai fianchi, quasi a formare unità con la persona. Quindi un'adesione vitale, che non ha niente a che vedere con un freddo e distaccato assenso della mente. Un'adesione che si traduce in un servizio di amore vissuto momento per momento, in fedeltà a quel primo "sì" che ha sigillato l'alleanza con Dio-Amore. A chi vive così la propria adesione di fede, si spalancheranno le porte della casa del Signore, anzi, Dio stesso lo "condurrà sul suo santo monte" (il luogo dell'incontro con la divinità secondo la mentalità del tempo) e lo "colmerà di gioia nella sua casa di preghiera". Una frase che trasuda la gioia stessa di Dio di poter accogliere nel suo abbraccio questo "figlio" che vagava "da straniero" lontano da lui. Quel "figlio" che potrei essere io, anche se inscritto nei registri della Chiesa, perché il vero straniero nella casa del Signore è solo chi ha dimenticato i lineamenti paterni di Dio e, pur continuando a stare nella sua casa, conserva l'atteggiamento dello "schiavo".
Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi chiederò: La mia fede è un assenso dell'intelletto a delle verità o l'aderire con tutto il mio essere a Dio-Amore? Nella "casa" di Dio mi riconosco come figlio o come straniero?
Conducimi, Signore, sul tuo monte santo e fammi gustare la gioia dell'incontro con te, perché io possa "raccontarti" agli altri, a quelli che ero tentato di chiamare "stranieri" e invece sono miei fratelli, assetati come me del tuo volto.
Ecco la voce di un santo Pastore + Tonino Bello: Cristiano non è colui che celebra riti, ma colui che si fa trovare in casa dal Signore che lo interpella, e gli risponde di sì.
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4) Lettura: Vangelo secondo Giovanni 5, 33 - 36
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato».
5) Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni 5, 33 - 36
Nel vangelo di oggi incontriamo ancora una volta il personaggio Giovanni Battista, e la distinzione che Gesù stabilisce tra loro due.Anche qui, è incontestabile che Gesù esprime la grandezza e il carattere unico di quest’uomo e della sua testimonianza - certo “solamente” quella di un uomo, ma per amore di Dio e soprattutto degli uomini. Poiché questa testimonianza dovrebbe aiutarli a riconoscere il “vero” (Salvatore), o la verità che appare in Gesù e nelle sue opere.
Ecco perché si propone qui il paragone tra Giovanni e una lampada.
Poiché Giovanni è incaricato di illuminare i suoi contemporanei - ma egli è “come” una lampada, cioè lui non è la luce del mondo. Egli affascina innanzi tutto gli uomini, arriva ad attirare il loro sguardo su di sé... ma l’entusiasmo che suscita non dura a lungo. Egli si consuma come un breve fuoco di paglia.
La sua vera e duratura importanza - quella che Gesù gli accorda a dispetto di tutte le distinzioni che fa tra sé e lui - non è riconosciuta dagli uomini.
«Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo, ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato». (Gv 5, 33-36) - Come vivere questa Parola?
Nel Vangelo odierno di Giovanni, di lettura non facile, ricompare prepotentemente la figura del Precursore che (come abbiamo constatato già nelle lectio precedenti) è uno dei personaggi più significativi dell'Avvento. Gesù, in un testo di aspra polemica con i suoi avversari giudaici, definisce il Battista con due pennellate di luce.
Anzitutto, affermando concisamente che: «Giovanni ha dato testimonianza alla verità». Ricordo, di passaggio, che nel quarto Vangelo il termine ‘verità' designa sovente Gesù: non per nulla in questo Evangelo il Cristo afferma di sé in 14,6: «Io sono la via e la Verità e la vita». Gesù vede il Precursore come colui che ha saputo testimoniare il Messia con la sua vita.
In secondo luogo, definendo Giovanni una creatura di luce, come «la lampada che arde e risplende». Gesù mostra però anche che la luce irradiata dal Precursore non era propria («non era lui la luce» Gv 1,8) ma che era solo una «lampada accesa risplendente», (meglio che ardente) alla cui luce i suoi avversari si sono rallegrati solo per un breve momento. Gesù dichiara poi apertamente: «Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato». Il Padre non ha affidato le sue opere al Figlio come a un semplice esecutore, ma perché esse fossero veramente anche le sue proprie opere: «quelle stesse opere che io sto facendo».
In questo tempo di Avvento vogliamo anche noi lasciarci illuminare dalla luce risplendente del Precursore per andare incontro al Signore «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
In questo cammino incontro a Lui lasciamoci guidare dall'invito perentorio dello stesso Battista (riportato più sotto), cercando, in un breve esame di coscienza, di evidenziare ciò che in noi deve diminuire per far crescere solo Gesù.
Ecco la voce del Precursore (Gv 3, 30): «Lui (il Cristo) deve crescere; io, invece, diminuire»
Nel Vangelo Gesù parla della testimonianza luminosa datagli da Giovanni Battista e della mancante corrispondenza dei Giudei, i quali dopo tanta attesa del Messia, alla sua venuta non l’hanno riconosciuto. Poi, a conferma di quanto dice di lui il Battezzatore, parla dell'”opera” che il Padre gli ha dato da compiere e che già sta compiendo.
Quello che Gesù dice e fa dovrebbe essere più che sufficiente per smuovere la fede di ognuno, sono infatti la migliore testimonianza ancora più visibile di quella di Giovanni. È Lui l’inviato del Padre. La voce del Padre è già risuonata solenne mentre il Suo Figlio prediletto s’immergeva nelle acque del Giordano: “Questi è il figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”.
L’ascolto delle voci che ci giungono dall’Alto, quella di Giovanni e ancor più quella del Padre celeste e di Cristo stesso, servono per una interiore illuminazione, per conoscere la verità e convertirsi. Il rifiuto comporta sempre una grave e peccaminosa responsabilità.
L’argomento oggi è la testimonianza. La testimonianza è la categoria fondamentale dell’uomo e della sua cultura perché tutto ciò che sappiamo e siamo è che un altro prima di noi l’ha saputo e l’ha testimoniato a noi. La testimonianza da altri o ad altri è la trasmissione della verità che di mano in mano si arricchisce e se la testimonianza è vera ed è dettata dall’amore, ecco che produce libertà e vita. Se la testimonianza è falsa produce schiavitù e morte. Quindi è proprio sulla testimonianza è sulla qualità della testimonianza che si gioca l’esistenza dell’uomo. E in questo brano si parla oltre che della testimonianza, dell’oggetto della testimonianza, dei testimoni e dei destinatari. Ecco, l’oggetto della testimonianza è il bisogno fondamentale dell’uomo, l’essere o non essere figlio amato. L’uomo è in quanto figlio, se uno è figlio di nessuno non esiste, ed esiste come persona in quanto amata, se no è solo infelice. Quindi l’oggetto della testimonianza è che Gesù da, è la da ad ogni persona è che c’è per noi un amore assoluto, di cui tutti andiamo in ricerca, che è l’amore del Padre ed è quell’amore che Gesù ha testimoniato, oltre quella che pensano essere la Legge e i farisei. E poi Gesù esibisce i testimoni della verità di quello che dice. Prima esibisce un testimone che chiama “l’altro”, che è il Padre, poi le sue opere, i fatti che si testimonia la verità di ciò che si è e poi il Battista e le Scritture e Mosè. E i destinatari della testimonianza siamo tutti noi, ogni uomo che è fatto per la verità. La testimonianza produce in noi un effetto duplice, innanzitutto la testimonianza è da capire se è vera o no, quindi muove l’intelligenza e l’intelligenza deve essere aperta per accoglierla perché se ho pregiudizi non capirò mai la verità, resto fisso nei miei pregiudizi. Ma non solo la testimonianza parla all’intelligenza, parla poi al cuore, alla volontà, se io non voglio accettarla perché ho interessi contrari, la verità non l’accetto e ne faccio un’altra. Quindi la testimonianza esige non solo un’apertura mentale, libera da pregiudizi, ma anche una libertà del cuore che ama la verità, al di sopra di ogni interesse, che ha l’amore della verità perché per lui la verità dell’amore sta sopra tutto. Un cuore che ama capisce, un cuore che è libero. È così anche Gesù denuncia il motivo della nostra incredulità, il morivo della nostra incredulità è un “non sapere” che proviene da un “non amare”. Chi non ama, non capisce.
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6) Per un confronto personale
- Preghiamo perché nella Chiesa di Dio nessuno si senta rifiutato “poiché Dio lo ama e lo accoglie così come egli è”?
- Preghiamo perché la comunità cristiana sia il luogo in cui i piccoli, i deboli, i malati mentali, i portatori di handicap, gli anziani si sentono amati e accolti?
- Preghiamo perché i mezzi di comunicazione sociale diffondano la conoscenza della verità e del bene, per favorire la stima, l'amore e l'aiuto reciproci?
- Preghiamo perché nelle nostre case si riscopra l'importanza della preghiera fatta insieme come momento di unità e di dialogo profondo tra i membri della famiglia?
- Preghiamo perché noi qui presenti attendiamo la venuta del Signore lasciando l'ambiguità e i compromessi di ogni giorno?
- Preghiamo per gli insegnanti nelle scuole?
- Preghiamo per coloro che curano il decoro della casa del Signore?
7) Preghiera finale: Salmo 66
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
La terra ha dato il suo frutto.
Ci benedica Dio, il nostro Dio,
ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.

