Domenica III di Avvento - Anno A
Omelia di Padre Roberto Pasolini
Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". Gesù rispose loro: "Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista , gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!".
FINCHÉ
Giunti ormai a metà del tempo di Avvento, la voce ardente del «più grande» (Mt 11,11) profeta mai esistito fino alla venuta del Signore Gesù ci viene consegnata dalla liturgia come un esile interrogativo. Ormai prigioniero della codarda aggressività di un re fasullo (Erode), «avendo sentito parlare delle opere del Cristo» (11,2), Giovanni manda un’ambasciata a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Il Battista, ormai prossimo a testimoniare la fedeltà di Dio alle sue promesse con la sua stessa vita, non ha più alcuna certezza da esibire, ma soltanto alcune domande da porre a Cristo, colui che sta rivelando nella sua carne i lineamenti del Dio invisibile. Noi discepoli di ogni tempo non finiremo mai di ringraziare il Precursore per queste sofferte parole, per esserci maestro e guida anche nel delicato momento in cui il cuore va in crisi, quando un certo modo di rapportarsi a Dio è chiamato a morire e risorgere per aprirci a una relazione più libera e profonda. Attingendo alla tradizione profetica di Israele, Gesù offre a Giovanni solo un parziale conforto per il suo tormento interiore. Certo, «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,4-5), ma tutto ciò si compie senza un’improvvisa rimozione del male e delle sue terribili manovre. Il Dio rigoroso e temibile, atteso per un ritorno della giustizia sulla 3 terra, si rivela piuttosto, in Gesù, «lento all’ira» (Es 34,6) e premuroso nei confronti di chi sbaglia e pecca. Il giudice severo della storia non si manifesta seduto su un alto trono, ma nella carne di un Figlio dell’uomo sdraiato a mensa con i peccatori e gli «smarriti di cuore» (Is 35,4). Attorno a lui la vita inceppata rifiorisce, «le mani fiacche» tornano capaci di operare, «le ginocchia vacillanti» (35,3) possono riprendere la marcia nei sentieri della vita. Di fronte a questo modo di venire a salvare la storia umana, anche noi, forse, come Giovanni, dovremmo fare attenzione a non inseguire e bramare altre modalità di salvezza, magari più incisive e rapide: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,6). L’apostolo Giacomo suggerisce un atteggiamento per saper apprezzare il modo della venuta del Signore: la macrothumìa, cioè quella speranza paziente necessaria all’«agricoltore» il quale, dopo aver compiuto il suo lavoro, «aspetta il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge» (Gc 5,7). Non è facile attendere nella pace quando i frutti tardano a venire, oppure quando le tribolazioni della vita ci inseguono e ci raggiungono. Eppure, il motivo e la forza per rimanere in una speranza viva e fiduciosa non dovrebbero mai sfuggire dal cuore della nostra preghiera: «Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Gc 5,8). 4 Si tratta allora di imparare a riconoscere anche nel «più piccolo» indizio della realtà la presenza del «più grande» simbolo di speranza, secondo la logica del «regno dei cieli» (Mt 11,11). Questo infatti è il paradosso del Natale, in cui celebriamo la venuta dell’onnipotenza divina nel gracile corpo di un piccolo bambino. Questa terza domenica di Avvento ci esorta ad accogliere sentimenti di gioia (Gaudete), perché la venuta del Signore non avviene nella terra della forza e della grandezza, da cui molti sono sempre in esilio, ma in quella della piccolezza e della fragilità, dove la nostra umanità sempre ha la possibilità di maturare. Possiamo dunque rallegrarci del Natale del Signore nella misura in cui sapremo convertire le nostre aspettative di vita e di gioia nella disponibilità ad accettare la scelta povera e debole dell’Incarnazione. Senza scandalizzarci quando i suoi modi e i suoi tempi ci costringono a desiderare ancora. E… «fuggiranno tristezza e pianto» (Is 35,10).

