E il Paradiso?

“L’attesa fiduciosa del Paradiso non sembra essere il primo affetto della Chiesa e di noi battezzati. Forse dobbiamo imparare di nuovo ad aspettarci da Dio il meglio, che non è ancora accaduto, il suo grazie, il suo premio”.

novembre 08 , 2020

Correggio, assunzione della vergine, apostoli, patroni di parma e figure a monocromo, 1530-34, 02

Del Paradiso si parla sempre meno, e forse neppure si riesce ad immaginarlo. Perché? La capacità di immaginare il Paradiso indica che qualcosa è capitato al nostro ordine degli affetti. Ciascuno di noi mette ordine nei propri affetti, grazie all’emozione sistemata al primo posto. A seconda dell’affetto a cui è concesso il primato, tutti gli altri derivano e prendono forma. Se, ad esempio, la paura occupa il primo posto, essa influenzerà ogni altra scelta, persino il voler bene a una persona o l’attaccamento alla vita. Le cose, invece, cambiano completamente se al primo posto si colloca la fiducia. La fiducia aiuta a dare credito a persone, a Dio stesso, perché sentiti come attendibili, affidabili.

Cambia tutto, se si vive un amore o si lavora, a partire dalla fiducia o dalla paura.

La mancanza di immaginazione del Paradiso potrebbe quindi indicare il sopravvento della paura sulla fiduciosa attesa. Tutto è anticipato e appiattito sul qui e adesso. Non siamo in grado di descrivere quanto ci attende, per la ragione che non attendiamo un bel niente da nessuno, Dio compreso. Come se Dio ci avesse già dato tutto, qui e adesso. Così come ridurre la vita cristiana alla proposta di una vita buona ma solo nel presente, senza considerare la vita terrena come un inizio che attende un compimento e un premio.

Nella Messa proclamiamo: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

Se non “attendiamo la sua venuta” è probabile anche che non riusciamo a vivere pienamente la nostra vita di battezzati, e tanto meno capire il senso della morte e resurrezione di Gesù.

Ora è necessario anche prendere in considerazione che cosa si intende per premio, ricompensa, per non travisar ne il senso.

“Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, vecchi; e sarai beato perché non hanno da ricambiare. Riceverai infatti la tua ricompensa alla resurrezione dei giusti”.

Gesù non ha nulla contro il contraccambio, la ricompensa, o il premio, tant’è che promette la ricompensa nel giorno della resurrezione. Egli critica il desiderio di autopremiarsi, autorisarcirsi.

Gesù promette ricompense e premio!

In Marco 10,2930 parla del centuplo già quaggiù e in futuro la vita eterna.

Ancora, s. Paolo presenta il termine della propria vita alla luce del premio: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, mi consegnerà quel giorno” (2 Tm 4,78).

Sentirsi in imbarazzo all’idea di essere ringraziati, premiati a motivo delle fatiche, o ricompensati in ragione di una vita illuminata dal Vangelo, può essere sintomo di superbia e narcisismo.

L’idea di un dono, senza “grazie”, privo di ricompensa e premio, nasconde un donatore che basta a se stesso, già soddisfatto e gratificato dalla propria generosità. Ma ciò significa non cogliere a cosa mira il dono generoso: serve proprio a suscitare un “grazie!”, una scintilla di reciprocità, il lampo di un legame che non vive di sensi unici, ma di scambi reciproci.

Don Giancarlo ,rielaborando uno scritto di Giovanni Cesare Pagazzi

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