Il Silenzio e la Speranza

Catechesi di Don Luigi Maria Epicoco

aprile 19 , 2025

Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"»

Il cuore del Vangelo: Passione, Morte e Resurrezione

Ma veniamo a noi. Io credo che tra le pagine più belle del Vangelo ci siano assolutamente questi racconti che noi conosciamo come i racconti della passione di Gesù: passione, morte e resurrezione. Voi dovete sapere che i Vangeli nascono innanzitutto per raccontarci queste tre tappe. Questo è il cuore del Vangelo.

Tutto il resto che noi siamo abituati a leggere nel Vangelo – persino l’infanzia di Gesù, come nei Vangeli di Matteo e Luca – potremmo dire che è un “di più” che si aggiunge al cuore. Ma se noi togliessimo i racconti dell’infanzia, i miracoli, i segni, se dovessimo condensare tutta l’esperienza di Cristo, dovremmo dire che il cuore della sua vicenda umana è la sua passione, morte e resurrezione.

Noi cristiani lo abbiamo capito talmente bene che durante la Settimana Santa, e soprattutto durante il Triduo Pasquale, rallentiamo le ultime ore di vita di Gesù per poter gustare fino in fondo quello che accade. Nella vita concreta di Gesù, tutto è accaduto in un manipolo di ore, ma noi in quei giorni dilatiamo quelle ore per assaporarle passo dopo passo.

Il rischio dell’abitudine alla sofferenza

Ma c’è un rischio che corriamo tutte le volte che ci accostiamo a questa storia. Perché? Perché è una storia che racconta un’atrocità. Per un istante, dimenticatevi della vostra fede e mettetevi davanti alla storia così com’è: è la storia di un innocente condannato a morte, che vive tutti i livelli di sofferenza.

Sofferenza fisica: viene picchiato, flagellato, crocifisso.

Sofferenza psicologica: insultato dai soldati, beffeggiato, deriso persino in agonia.

Sofferenza spirituale: il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Immaginate di sentirvi soli, di sentire dolore, di non sentirvi capiti da nessuno e di percepire che Dio non c’è. È terribile. È il racconto di un’atrocità.

Noi, però, possiamo abituarci a questa atrocità, come quando guardiamo il telegiornale e vediamo scene di guerra mentre ceniamo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Se questo accade, è un problema, perché significa che abbiamo perso la capacità di lasciarci cambiare dalla sofferenza.

La domanda che dobbiamo farci è: ci siamo abituati a questa atrocità? Quando nei nostri paesi viviamo le processioni, le sacre rappresentazioni, tutto questo deve servire a ricordarci che ciò che è accaduto è reale, non è uno spettacolo.

San Pio, ad esempio, non si limitava a vedere la Passione: la portava fisicamente su di sé. La sua vita è stata un’immagine vivente di quell’uomo innocente crocifisso.

La speranza nel buio: le “soste di luce” nella Passione

Quest’anno viviamo un Giubileo dedicato alla speranza. Ma come possiamo parlare di speranza davanti a tanto dolore?

La risposta ovvia è: la Pasqua. Sì, la nostra speranza si fonda sulla Resurrezione. Ma questa sera voglio parlarvi della speranza nascosta nell’atrocità stessa, nel silenzio del Sabato Santo.

Perché anche nel buio più profondo, il Padre ha disseminato delle “soste di luce”. E queste soste sono molto vicine alla nostra esperienza quotidiana. Spesso, però, non le vediamo, perché il dolore attira tutta la nostra attenzione.

Esempio: se hai mal di denti, tutta la tua attenzione è lì, non pensi al fatto che le tue mani o i tuoi piedi stanno bene. Allo stesso modo, quando soffriamo, la sofferenza diventa totalizzante. Ma se ci alleniamo, possiamo riconoscere che il male non è tutto.

Le cinque soste di luce nella Passione

Simone di Cirene: l’uomo costretto a portare la croce.

Gesù cade, non ce la fa più. Un passante, Simone, viene obbligato a portare la croce.

Il Vangelo non nasconde che Simone fu costretto: nessuno di noi ama farsi carico del dolore altrui.

Eppure, in quel gesto forzato, c’è un miracolo: Simone sta aiutando il Figlio di Dio senza saperlo.

Per noi oggi: quante volte ci sentiamo obbligati ad aiutare qualcuno (un familiare malato, un amore in difficoltà) e vorremmo scappare? Eppure, in quel gesto, c’è Gesù.

La Veronica e il volto di Cristo

La tradizione racconta di una donna che asciuga il volto di Gesù.

Perché il volto? Perché il cristianesimo non è aiutare i bisogni, ma incontrare le persone.

Esempio: dare da mangiare a un povero è carità, ma guardarlo negli occhi è incontro.

Gesù, anche nella sofferenza, cerca un rapporto personale: pensate all’emorroissa che lo tocca con fede.

Le donne di Gerusalemme che piangono

Gesù dice loro: “Non piangete su di me, ma su voi e i vostri figli”.

La loro presenza è testimonianza di compassione.

Il contrario? L’indifferenza. Quante volte vediamo dolore e facciamo finta di nulla?

Maria sotto la croce

Una madre che vede morire il figlio. È il dolore più grande.

Eppure, Gesù le dice: “Donna, ecco tuo figlio”. Quel dolore diventa un nuovo inizio.

Per noi: a volte pensiamo che la sofferenza sia la fine, ma Dio può farne un’apertura.

Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo

I discepoli sono fuggiti, ma questi due uomini si prendono cura del corpo di Gesù quando non può più dare nulla.

Simbolo della gratuità: amare senza aspettarsi nulla in cambio.

Il silenzio del Sabato Santo: attesa, non rassegnazione

Tutto sembra finito. Gesù è morto, sepolto. I discepoli sono nascosti per paura. Nessuno si aspetta la Resurrezione.

Eppure, proprio in quel silenzio, sta per accadere l’imprevisto. La Pasqua non è un evento programmato: è una sorpresa.

La Maddalena va al sepolcro per ungere un cadavere, non per celebrare.

I discepoli sono chiusi nel Cenacolo per paura, non in attesa.

Il Sabato Santo ci insegna: il silenzio non è rassegnazione, è attesa. Anche quando tutto sembra perduto, Dio sta operando.

Conclusione

Rappresentare la Passione è bello, ma non fermiamoci al Venerdì Santo. La speranza è Pasqua. Per arrivarci, dobbiamo attraversare il Sabato Santo, accettando che lì dove vediamo solo morte, Dio sta preparando la vita.

FONTE

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