LA SPERANZA È OSSERVANZA DELLA PAROLA
Giovedì della V settimana di quaresima (10 aprile)
La parola del Signore non va solamente letta e meditata, va, soprattutto, osservata. Essa deve diventare il codice comportamentale di ognuno di noi, altrimenti cadiamo nell’agire di quelli che “dicono e non fanno” (Mt 23,3). All’osservanza della parola è legato il nostro destino di felicità eterna: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”, ci ricorda Gesù nel brano del vangelo di oggi. Ci viene facile rimanere incantati dinanzi ad una pagina della sacra scrittura, ad un commento, difficile risulta – poi – calarlo nella nostra quotidianità, nella nostra vita, nelle azioni. È lì che si gioca la nostra credibilità e autenticità. Per questo San Giacomo, nella sua lettera, ci ammonisce dicendo: “Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira. Perché l'ira dell'uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc 1, 19-25). Non ci è data nessuna alternativa per un’eternità beata. Non basteranno i nostri atti di culto, l’osservanza ligia e puntuale dei comandamenti, le pie pratiche e le mortificazioni (spirituali e corporali) a ottenerci la vita eterna, occorre mettere in pratica la parola del Signore e tradurla in gesti e atti concreti di amore.

