Sacra Famiglia - Anno A
Omelia di Padre Roberto Pasolini
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: "Sarà chiamato Nazareno".
«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.»
PRENDERE
La festa della Santa Famiglia di Nazaret, che celebriamo in questo giorno dell’ottava di Natale, è un magnifico corollario al mistero dell’Incarnazione, capace di allargare l’orizzonte della nostra speranza. Assumendo “la vera carne della nostra umanità e fragilità” (san Francesco), Dio non ha voluto soltanto mettersi nei nostri panni e sperimentare l’umiltà della condizione creaturale, ma ha scelto di diventare membro della famiglia umana, rivelandoci che il mistero di un’esistenza diventa autentico solo nella misura in cui accetta di inserirsi dentro una trama di rapporti con l’altro. Già la sapienza antica dipingeva la famiglia naturale come il luogo originario dove si sperimenta il grande mistero dell’amore, un modo di vivere dove la precedenza va accordata all’altro e non cercata per se stessi. I genitori devono riconoscere che il loro «diritto» sui «figli» e «sulla prole» (Sir 3,2) non è un diritto, ma un dono e una benedizione di Dio. I figli, da parte loro, sono tenuti a mostrare obbedienza, solidarietà e comprensione al padre e alla madre, offrendo loro il necessario e dovuto onore. Questa mutua appartenenza, nella quale ciascuno è chiamato a riconoscere la gravità e l’importanza che la vita dell’altro ha rispetto alla propria, è il modo più naturale con cui si accumulano «i tesori» (3,4) della «consolazione» (3,5) e della «gioia» (3,6) in questo mondo. In seguito alla scelta di Dio di far abitare in mezzo a noi tutta la «sua ricchezza» (Col 3,16), attraverso il Natale del suo Figlio, questa comune esperienza umana è chiamata a diventare persino più grande e 3 preziosa, potendosi rivestire dei «sentimenti» (3,12) e della «pace di Cristo» (3,15). Negli atteggiamenti silenziosi di Maria e Giuseppe, che accolgono e custodiscono con coraggiosa premura la vita del Verbo di Dio, si svela ai nostri occhi l’abito «della carità» che, una volta indossato, «unisce in modo perfetto» (3,14) le nostre esistenze, facendole diventare «un solo corpo» (3,15) e un solo spirito. L’occhio dell’evangelista Matteo concentra la sua attenzione sulla figura di Giuseppe, il capofamiglia amorevole e premuroso, sempre pronto a mettere da parte se stesso per assumere quei sentimenti di «tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (3,12) con cui lo stesso Cristo saprà manifestare nella sua carne umana tutta la tenerezza del Padre celeste. Il segreto di quest’uomo, che non dice nulla eppure è in grado di compiere tutto ciò che serve affinché il disegno di Dio si manifesti, sembra essere legato alla disponibilità con cui i suoi sogni umani si lasciano trasformare continuamente nel «sogno» di Dio. Per ben quattro volte (Mt 1,20; 2,13.19.22) – tre delle quali nel vangelo di oggi – quest’uomo «giusto» (1,19) permette al Signore di prendere «con sé» (1,24) il progetto che egli aveva sulla sua vita e sulla sua famiglia per riceverlo indietro come una chiamata a uscire da se stesso: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi... va’ nella terra di Israele...» (Mt 2,13.20). La Santa Famiglia si mostra a noi come un modello di vita proprio alla luce di questo atteggiamento di 4 singolare amore, che si esprime nel prendere l’altro così com’è, che accetta di alzarsi nel cuore della «notte» (Mt 2,14) per affrontare il viaggio verso le promesse di Dio. Nella misura in cui, anche noi, siamo disposti ad assumere la vita dell’altro come parte irrinunciabile della nostra stessa vita, il «sogno» dell’incarnazione può rinnovarsi, trasformando le nostre famiglie e le nostre relazioni in un luogo santo, in uno spazio di salvezza, dove la «parola di Cristo» (Col 3,16) ancora si compie.
Omelia di Padre Roberto Pasolini video commento di Don Fabio Rosini

