LA SPERANZA È LA LUCE CHE VINCE LA NOTTE
Martedì della Settimana Santa (15 aprile)
Siamo nel contesto di una cena, di un momento conviviale, in cui dovrebbe dominare l’allegria e il piacere dello stare insieme e, invece, non è così. Gesù si vede costretto ad annunciare l’imminente tradimento da parte di Giuda. Chissà con quanta amarezza, mista a delusione, avrà detto quelle tragiche parole: “In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”. In quel momento vede crollare i tre anni di discepolato che Giuda ha trascorso con lui, spettatore – come gli altri – dei grandi prodigi operati dal Maestro, eppure – nonostante tutto questo – per trenta vili denari, lo tradisce. Aveva ragione Aristotele ad affermare che: “l’uomo è stato pensato per la felicità, una solo cosa la deturpa: il vile denaro”. Giovanni annota che quando Giuda esce da quel luogo “era notte”. Cronologicamente o sarà pure stato, trattandosi di una cena, ma quella annotazione va al di là dell’ordine cronologico, Giuda è sprofondato nella notte. È un uomo senza speranza, e brancola nel buio che lo condurrà alla disperazione del suicidio. Eh, sì: è notte quando svendiamo le nostre certezze, i nostri affetti, la nostra esperienza di vita, per inseguire chimere effimere. È notte, quando prestiamo troppa attenzione ai beni materiali, alle cose di questo mondo che sono state destinate a finire senza fissare lo sguardo “alle cose invisibili che sono eterne” (2Cor 4,18). È notte quando un cuore smette di amare e si abbandona all’uso dell’altro per secondi, loschi, fini. È notte, quando “ci lasciamo rubare la speranza” (Papa Francesco), per un gruzzolo di monete. Anche Pietro non ha fatto ancora i conti con la sua fragilità, dovrà passare dal rinnegamento, per capire quale rischio ha corso per poi “piangere amaramente” (Lc 22, 62) e riaccendere il lume della speranza. Noi siamo figli della luce e per nessun motivo possiamo barattare questa identità, sprofondando nel buio della notte.

